A proposito di briciole…

Commento al Vangelo del 29 settembre 2019.Fa impressione sentire anche oggi la Parola che ci sferza sull’uso delle ricchezze. Amos, con ironia spietata, descrive il menefreghismo dei ricchi israeliti che se la godono nelle loro seconde case in montagna, «ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano» (Am 6,1a.4-7). Gesù, che già la settimana scorsa ci aveva invitato a usare bene della ‘disonesta ricchezza’, ci presenta le figure di un anonimo straricco e di un povero dal nome Lazzaro (Lc 16,19-31). I due vivono vicini. Il primo veste di marca e banchetta a più non posso. Il secondo vede il ricco e se sta lì sperando nelle sue briciole. Ma ha solo l’attenzione dei cani che gli leccano le piaghe.

Crudo, Gesù. Pochissime parole per dipingere un mondo di disuguaglianze. Pochissime parole per andare al cuore del problema, che non è la ricchezza in sè (la Bibbia non demonizza mai la ricchezza in sè), ma il cuore ubriacato di benessere che porta a chiudere gli occhi e a fregarsene dei poveri che stanno alla porta. Figuriamoci di quelli che stanno lontani… Il peccato dei ricchi di Israele denunciati da Amos e di quel ricco della parabola di Gesù è la distanza radicale dal Padre di tutti, che per tutti si è fatto vivo con la sua Parola (Mosè e i profeti). È l’incapacità di avere lo stesso sguardo e lo stesso cuore di quel Padre che in Abramo ha voluto costituire l’umanità come una famiglia.

Questa Parola ci costringe a riaprire il discorso sulla povertà. Sono andato a rileggere il rapporto Oxfam 2019 sulla povertà nel mondo. Inizia così: «Qualcosa non funziona nella nostra economia: chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni di estrema povertà. Negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari è raddoppiato e i loro patrimoni aumentano di 2,5 miliardi di dollari al giorno; nonostante ciò i superricchi e le grandi imprese sono soggetti ad aliquote fiscali più basse registrate da decenni. I costi umani di tale fenomeno sono enormi: scuole senza insegnanti, ospedali senza medicine. I servizi privati penalizzano i poveri e privilegiano le élite. I soggetti che risentono maggiormente di tale situazione sono le donne, su cui grava l’onere di colmare le lacune dei servizi pubblici con molte ore di lavoro di cura non retribuito». A proposito di briciole che cadono dalla tavola: «Se l’1% più ricco pagasse soltanto lo 0,5% in più di imposte sul proprio patrimonio, se ne ricaverebbe un gettito superiore a quanto serve per mandare a scuola tutti i 262 milioni di bambini che oggi non vi hanno ancora accesso e fornire l’assistenza sanitaria necessaria a salvare 3,3 milioni di persone».

Noi da che parte stiamo? Forse stiamo piuttosto beatamente in mezzo, o tra quelli un po’ impauriti che la poca ricchezza venga portata via. Non siamo tra i multimiliardari. Non siamo tra quelli che domani non avranno acqua pulita da bere. Se può essere apprezzabile l’impegno a urlare per i cambiamenti climatici che danno (forse) altri 11 anni al pianeta, che fare per chi quegli 11 anni se li è già visti rubare? Per le quasi 10.000 persone che oggi moriranno perché non hanno accesso a cure mediche? Per i 3,4 miliardi di persone che vivono con meno di cinque dollari al giorno? Iniziamo a cambiare vita? Cambiamo il modo di fare la spesa? Iniziamo uno sciopero for future? O meglio for brothers?