In cammino con Abramo: 2. Genesi 15

Gli spunti qui riportati sono la sintesi della condivisione tra i partecipanti alla lectio divina di domenica 25 ottobre, offerti a tutta la comunità. Tutti sono invitati a trovare un momento personale o famigliare per la lettura e la preghiera. Chi desidera può inviare le proprie riflessioni in parrocchia (in busta o via e-mail).

Le precedenti meditazioni:
– Gen 12,1-9

Dal libro della Genesi (15)

1Dopo tali fatti, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». 2Rispose Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco». 3Soggiunse Abram: «Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». 4Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato (che uscirà) da te sarà il tuo erede». 5Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». 6Egli credette al (nel) Signore, che glielo accreditò come giustizia.

7E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». 8Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». 9Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». 10Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. 11Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò.

12Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. 13Allora il Signore disse ad Abram: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in una terra non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. 14Ma la nazione che essi avranno servito,la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. 15Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice. 16Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo».

17Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. 18In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram:

«Alla tua discendenza io do questa terra,
dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate;

19la terra dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, 20gli Ittiti, i Perizziti, i Refaìm, 21gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei e i Gebusei».

Alcuni punti per la meditazione personale

1. Abramo, un profeta. La Parola continua ad essere rivolta, in visione, ad Abramo, qui con il linguaggio tipico della tradizione profetica, che rassicura (scudo) e promette la ricompensa. Molte volte Dio rivolgerà la sua parola ai profeti, fino alla pienezza della rivelazione in Gesù Cristo, il Verbo fatto carne (Gv 1,14), che comunica definitivamente i misteri di Dio (cf. Eb 1,1).
Ognuno di noi è profeta: uniti a Cristo nel Battesimo, abbiamo il suo Spirito che suscita sempre in noi la Parola.

2-3. Il problema della fede arriva anche per Abramo, che non sa come si realizzerà la promessa, e chiede insistentemente spiegazioni. Anche Maria lo ha fatto: senza dubitare della sua maternità divina, solo ha chiesto come la cosa sarebbe avvenuta, per mettersi più pienamente a disposizione di Dio (cf. Lc 1,34).
Rincuorano i dubbi di Abramo, come di altri personaggi biblici… a volte il dubbio viene demonizzato e si cercano le cose assolutamente certe. Dio non si scandalizza, ma risponde ad Abramo e gli dà dei segni. E Abramo si fida, entra in una relazione di fiducia. I dubbi ci stanno, all’interno di una relazione di fiducia: fanno progredire!
Contempliamo la capacità di Dio di scendere e di mettersi in dialogo con l’uomo. Non gli fanno problema i nostri dubbi e le nostre perplessità… Si mette a misura d’uomo per tranquillizzarci.

4-5. Parola e segno. Dio risponde ancora con la sua parola (uno che uscirà da te) e mostrando un segno: fa semplicemente uscire Abramo a vedere le stelle, il cui numero sterminato rappresenta la sua discendenza. Sono le stesse stelle che vediamo noi oggi, a distanza di millenni.
Ed è suggestivo pensare che le luci di notte nelle case del nostro quartiere sono quasi il segno della presenza dei discendenti di Abramo.

6. Il centro teologico del racconto: «Egli credette al (nel) Signore, che glielo accreditò come giustizia».
Abramo credette: è l’amen, il ‘così sia’ della fede; non è semplicemente un ‘credere che’: soprattutto è l’esperienza di ‘credere in’, cioè di affidarsi personalmente a Dio.
Dio glielo accreditò: Dio giudica/considera Abramo degno (come i sacerdoti giudicavano se chi presentava i sacrifici era degno o no di farlo) come giustizia. La giustizia è qui un concetto relazionale. Dio considerò giusto Abramo, cioè degno di essere in relazione con lui, un giusto partner dell’alleanza. È una idea di giustizia che supera il freddo significato ‘distributivo’ (dare a ciascuno il suo).
Vediamo qui la radice della salvezza come obbedienza, che vale più dei sacrifici (es. Is 1,10-20). San Paolo fa riferimento proprio a questa esperienza di Abramo (cf Rm 4), che diventa alleato di Dio solo per la fede, prima ancora di porre il segno esterno della circoncisione (Gen 17). San Paolo sviluppa poi l’idea della ‘giustificazione’, sottolineando che è la potenza di Dio e del suo Vangelo a rendere gli uomini capaci di essere giusti. La giustizia di Dio si è manifestata in Cristo, unilateralmente e per tutti: è Dio che rende gli uomini capaci di essere giusti (in una corretta relazione con lui) e fa vedere così che lui è giusto, cioè fedele a se stesso. Perchè lui è amore, e da lui non può uscire che amore… (cf. ad es. Rm 3,21-26). La fede è l’apertura a questa opera gratuita di Dio.

9-12. Preparazione di un altro segno dell’alleanza. Secondo un rituale antico di giuramento, i contraenti passavano attraverso gli animali squartati, giurando «mi accada così se (opp. se non)…».
Il torpore è la situazione dell’uomo che ‘perde i sensi’ quando Dio agisce (Adamo in Gen 2,21, Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor e al Getsèmani): l’opera di Dio supera la percezione dei sensi umani, e Dio agisce sempre, anche quando l’uomo dorme (cf. Sal 127,2; Mc 4,27).
Avvoltoi e gran terrore di oscurità son due presagi dello smarrimento dell’uomo sul quale Dio si china.

13-16. Una inserzione sulla storia futura di Israele, con riferimento in particolare alla prigionia di quattrocento anni in Egitto e all’esilio in Babilonia che per quattro generazioni gli israeliti hanno vissuto. Una storia piena di difficoltà e di tragedie, come la storia di tutta l’umanità, come la nostra storia. Ma nulla potrà prevalere sull’agire di Dio, che rimarrà fedele alla sua promessa: il suo giuramento rimane valido e susciterà sempre la professione di fede. La vittoria finale sarà la sua.

17. Una strana alleanza: solo Dio (fuoco come il roveto ardente di Es 3,2; nube come in Es 19,8) passa attraverso gli animali! A proposito di fuoco, Gesù è venuto a portarlo sulla terra (Lc 12,49): è lo Spirito della Pentecoste (cf. At 2,3-4); è lo Spirito che lo ha mosso nel suo offrirsi (cf. Eb 9,14), come bruciava le offerte nel tempio.
Abramo dorme… JHWH con il gesto di passare attraverso gli animali squartati, pronuncia il suo solenne giuramento, quasi si ‘automaledice’, legandosi ad Abramo e alla sua discendenza per sempre. Non si ritratta.
I profeti ripeteranno questa intenzione unilaterale di Dio (ad es. Ez 16 e 36 o Ger 32,40).
L’offerta di Gesù sulla croce e nella risurrezione è il dono gratuito dell’alleanza definitiva, significata nell’Eucaristia: non più il sangue di animali squartati, ma il suo stesso sangue.

Riflettiamo con Sant’Agostino: DISCORSO 160

7. Ora il vanto sia nella croce di Cristo, non vergogniamoci dell’umiltà dell’Altissimo. Fino a quando la distinzione degli alimenti e la circoncisione della carne? Come Dio, il loro ventre e, loro vanto, ciò di cui devono vergognarsi. Ad essi erano annunziate le cose future, credano ora alle cose compiute. Non siamo ingrati verso di lui che è venuto, se abbiamo atteso che venisse. Ma a che si deve che i Giudei siano esclusi da questa grazia, estranei, disertori? Hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza. Quale conoscenza? Ignorando – dice – la giustizia di Dio e volendo stabilire la propria; ritenendosi obbligati a Dio solo quanto ai comandamenti e, ritenendo di poterli osservare con le proprie forze, hanno fatto a meno del suo aiuto. Ora il termine della legge è Cristo. Cristo è la perfezione della legge per la giustizia di chiunque crede. E che opera Cristo? Giustifica l’empio. Credendo davvero in colui che giustifica l’empio, non il religioso, ma l’empio; facendo religioso chi scopre empio: perciò a chi crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia. Se infatti Abramo è stato giustificato per le opere, quasi che da stesso l’abbia compiuto, quasi che da se stesso se lo sia procurato, ne ha vanto, ma non presso Dio. Invece chi si vanta, si vanti nel Signore; e dica sicuro: Nella tua giustizia liberami e salvami. Ha liberato infatti ed ha salvato quanti hanno sperato in lui; non attribuendo alle proprie forze ciò che avevano ricevuto. Ed è proprio della sapienza infatti sapere da chi viene tale dono. Chi lo ha detto? Chi pregò Dio di dargli la continenza? Quale giustizia, quale particella di giustizia si può realizzare senza una qualche moderazione? Peccare è invitante: se non avesse infatti le sue attrattive, non risulterebbe peccato. Al contrario, la giustizia piace di meno, o non piace, o non piace tanto quanto merita. A che si deve questo se non alle malattie dell’anima? Il pane fa nausea e il veleno dà gusto. Ditemi, di grazia, da che verrà guarita una tale malattia? E’ mai possibile da noi stessi e proprio per noi? Tutti siamo stati capaci di ferirci, chi di noi è capace di guarire il male che si è procurato? Così pure quanto ai peccati stessi, chi, volendo, non è capace di ferirsi? Nessuno però è in grado di procurarsi la guarigione se lo desidera. Perciò l’animo sia devoto, sia fedelmente cristiano, non sia ingrato verso la grazia. Riconosci il medico: mai l’infermo risana se stesso.