“…perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”

La psicologia ci insegna che si apprende solo per differenze: è quando cogliamo in che cosa sono diversi due oggetti che capiamo bene cosa sia uno e cosa sia l’altro. In altre parole: per capire bene cos’è un triangolo, mi serve paragonarlo a un quadrato. Accorgendomi che uno ha tre lati e l’altro quattro, li definirò perfettamente entrambi. Non dice diversamente la psicologia delle emozioni: comprendo di essere deluso perché ho conosciuto la speranza e conosco l’entusiasmo perché ho incontrato la frustrazione. Siamo fatti così. Il Vangelo di oggi ci chiede una dinamica di questo tipo: festeggiamo la solennità della Santissima Trinità, in cui contempliamo una stupefacente e dolcissima realtà (che ci è stata rivelata nelle parole di Dio Padre e nella discesa dello Spirito, al momento del Battesimo di Gesù al Giordano): il fatto che Dio, nella sua natura più intima, è relazione. Il Dio che si rivela in Cristo può essere compreso (il verbo “comprendere” non sarebbe del tutto adatto: Dio non può essere “compreso”, però possiamo entrare in relazione con Lui!) solo come amore che unisce tre persone. Il linguaggio che dobbiamo usare è quello della vicinanza, dell’intimità, della confidenza reciproca. E – sempre più stupefacente – in quel gioco di relazioni, grazie alla Redenzione, possiamo entrare anche noi esseri umani con tutto il nostro bagaglio di povertà, limiti, contraddizioni. Se pensiamo a queste cose, appare davvero spiazzante il fatto che il brano di Giovanni che oggi la Chiesa offre alla nostra meditazione termini con un monito di tono molto severo, e che parla di condanna. Come si mettono insieme amore e condanna? La relazione e il giudizio? Siamo, evidentemente, di fronte a una di quelle differenze che servono per capire.

In termini molto sintetici, la questione può essere messa così: la relazione (non la conoscenza intellettuale, sia ben chiaro!) che noi abbiamo con Gesù è la condizione necessaria per non andare perduti. Andare perduti significherebbe sprecare l’opportunità di realizzare questa vita tanto complessa ma anche tanto bella che ci è stata data. Dio ama il mondo (come spiega Gesù a Nicodemo) e l’unico modo che abbiamo per entrare in relazione con Lui è amare il mondo come Lui.

Se è vero che Dio – nel suo intimo – è relazione, se ci sottraiamo alla relazione col prossimo, perdiamo anche quella col Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. E noi, privi di quella relazione, siamo “perduti”. La posta in gioco è questa. Allora, possiamo capire bene il senso di quelle parole di Gesù: «…chi non crede è già stato condannato»: chi crede a una vita priva di relazioni – autonoma, egocentrica, distante – ha già emesso un giudizio, condannandosi.

Al contrario, chi accetta il rischio dell’amore (con le sue fatiche e le sue contraddizioni, certo!) è come colui che non andrà perduto e avrà la vita eterna.