“Mentre erano chiuse le porte”

Ribaltamento.

Non c’è una parola più precisa per sintetizzare le righe di Vangelo di questa domenica. (Gv 20,19-23).

In apertura, l’immagine che abbiamo è quella del gruppo dei discepoli: a porte chiuse e pietrificati dalla paura. Incapaci di uscire perché incapaci di pensare al futuro. In quel momento di tragica immobilità, Gesù arriva (e che bello il modo in cui Giovanni ci narra la sua comparsa! Gesù “venne” e “stette in mezzo a loro”. Non ci sono tuoni e lampi, non ci sono cori d’angeli trionfanti… Gesù viene con familiarità e intimità), e restituisce la pace a quei cuori intimoriti mostrando i segni della passione. A quel punto, vedendolo, il timore dei discepoli si trasforma in gioia. Un ribaltamento, appunto.

Ed il ribaltamento non si ferma qui. Se il primo atto di Gesù è stato mostrarsi, il secondo è l’invio. Le porte di quel luogo, chiuse per paura, dovranno riaprirsi, incapaci di resistere alla forza dello Spirito che Gesù dona (ancora una volta in modo discreto – un soffio! – ma con tutta la potenza che ben presto genererà la Chiesa). L’attualizzazione di questo episodio evangelico non è difficile. Siamo noi, oggi, che lottiamo con la tentazione di ripararci dietro porte ben chiuse, perché abbiamo timore del mondo. Le porte chiuse sono quelle del nostro sguardo sul presente e sul futuro. Il timore è quello che nasce dalla nostra incapacità di capire gli avvenimenti di cui siamo testimoni. Siamo noi, oggi, che abbiamo un bisogno assoluto che Gesù “venga” e “stia” in mezzo a noi. A meno di inattesi doni da parte di Dio (ma la sua fantasia è illimitata, quindi non precludiamoci a nulla!) è probabile che a noi non sarà dato di ricevere la visita di Gesù col suo corpo risorto, però questo non significa che non potremo sperimentarne la presenza consolante. E lo potremo fare nell’incontro con gli altri. Nella relazione. Quello è, precisamente, il luogo in cui Gesù si fa presente e ci fa sperimentare quella pace che solo lui può dare. In quest’ottica, diventa più comprensibile il terzo gesto di Gesù: dopo essere arrivato e avere pronunciato un mandato, Gesù annuncia l’arrivo dello Spirito santo e lo lega alla facoltà di perdonare i peccati. Non si tratta solamente della facoltà che da quel giorno risiederà nella Chiesa, ma – anche – di una prospettiva nuova. Il peccato, questa realtà nera che fa ammalare (e talvolta morire) i legami tra le persone, è sconfitto. In ognuno di noi – grazie al dono dello Spirito – risiede la possibilità di perdonare, vale a dire di vivere incontri liberati dal male e dalla finitezza.

La paura e le porte chiuse si trasformano in gioia e voglia di aprirsi al mondo.

Un ribaltamento.