“… io vivo e voi vivrete”

Poche righe il vangelo di questa settimana (Gv 14,19), ma queste poche righe ci consentono di gettare uno sguardo in profondità sulla nostra vita illuminata da Cristo. Lasciamo da parte, per un attimo, il versetto iniziale e quello finale – per ritornarci tra un attimo – e concentriamoci sui versetti da 16 a 20.

Vi troviamo due parole di una bellezza assoluta: la prima è “Paraclito”, ovvero “consolatore” (il greco “paraclito” è composto da due parti che, insieme, significano “colui che è chiamato per stare vicino”) e la seconda “vita”. Una vita vissuta al fianco di chi ti ama: una vita “consolata”. E la bellezza assoluta che percepiamo nell’ascoltare queste parole viene, in primo luogo, dal fatto che ci riguardano tutte e tutti e che richiamano, perciò, la nostra umanità. Dov’è un uomo che non desidera essere consolato? Dov’è un uomo che non desidera la vita? In queste due “semplici” (usiamo questo aggettivo solo per indicare il fatto che non servono filosofie, teologie o chissà quali altre sapienze umane per comprenderle) parole possiamo sperimentare la nostra dimensione creaturale: in quanto figli dello stesso Padre, c’è un legame che ci unisce tutti, e che ci fa sentire una piena, totale, indiscutibile solidarietà con l’umanità intera (persino in questi tempi così divisivi e pieni di aggressività). Ci sentiamo fratelli, e la nostra fratellanza ha le radici in questo nostro bisogno insopprimibile di consolazione e vita. Non ci bastano mai! Ma sarebbe un errore limitare la nostra comprensione del messaggio di Gesù a questa solidarietà umana. Gesù va più in fondo: la consolazione viene dallo “Spirito santo” (è solo lui che ci consola pienamente) e la vita viene da Gesù stesso. La pienezza di vita, dunque, consiste nel “collaborare” pienamente con lo Spirito. È questo che ci dà vita («Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza», dice Gesù in un altro passo del Vangelo di Giovanni). E quindi, cosa significa – nel concreto – questa “collaborazione”? Questo vivere una vita piena illuminata dallo Spirito che consola? Per rispondere, dobbiamo riprendere in mano i due versetti che avevamo temporaneamente accantonato.

Versetti che, a guardarci bene, sono identici, quasi a comporre una cornice – in apertura e in chiusura – del discorso di Gesù. “Amarmi” dice in sintesi Gesù “significa osservare i miei comandamenti”. Vivere “da consolati” significa rispettare i comandamenti di Gesù. Il che non ha nulla a che fare – San Paolo ce l’ha spiegato ampiamente – con l’“attenersi” fedelmente a una serie di norme, quanto – invece – riempire la nostra vita di relazioni umane cui dedicare tutte le nostre forze e il nostro impegno. Essere pieni di vita e di consolazione non vorrà dire, allora, attendere una beatitudine eterna che oggi ci sfugge (per quanto anche questa sia buona cosa), ma significa invece tuffarci nelle relazioni, nell’incontro con le persone, godere di ogni parola e di ogni abbraccio.

Sarà da questo che usciremo consolati e pieni di vita.