Commento al Vangelo del 15 marzo 2026
Questa settimana seguiamo Gesù nel cuore della disputa con le autorità religiose del suo popolo. Come sempre l’evangelista Giovanni evidenzia come le azioni di Gesù siano da leggere su più piani per essere comprese in pienezza e carica il suo racconto di pungente ironia per smascherare l’ipocrisia degli avversari di Gesù evidenziandone l’inconsistenza.
Vediamo Gesù guarire un cieco nato in giorno di sabato. E un primo aspetto che va sottolineato è questo: Giovanni, coscientemente, definisce queste azioni prodigiose di Gesù “segni” e non “miracoli”: il segno rimanda ad altro, deve essere letto e compreso affinché raggiunga il suo scopo. E si badi bene, il segno non costituisce la possibilità di salvezza solo per chi ne usufruisce direttamente, ma anche per chi assiste e deve inevitabilmente cercare di comprenderne la portata. Su questo sottile equilibrio si gioca tutto il capitolo 9.
Riconosce Gesù chi era cieco, arrivando ad una piena confessione di fede cristologica, e lo rifiuta non riconoscendolo chi non solo ci vede dalla nascita ma si vanta di essere giusto perchè parte del sistema gerarchico del tempio o perchè studioso della legge. Il tutto parte da una domanda apparentemente ingenua dei discepoli del Maestro: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Questa insinuazione, che oggi fortunatamente suona assurda alle nostre orecchie quando pensiamo alle disabilità e hai problemi di salute, potrebbe nascondere un sospetto invece sempre attuale, che rischia di avvicinarci a questo pensiero “retributivo”: confondere il peccato con l’isolamento dovuto all’emarginazione causata dalla nostra incapacità di salvaguardare la dignità della persona, di non giudicarla, di guardarci allo specchio per scoprirci fallibili quanto gli altri.
Spesso ci dà sicurezza riconoscerci come “giusti” semplicemente perché non abbiamo vissuto situazioni difficili o perchè siamo improntati a non infrangere le regole per essere inattaccabili. Il risultato è usare i drammi degli altri per rafforzare la nostra posizione. Un atto di potere. Ed è proprio questa mentalità malata che Gesù vuole svelare, denunciare e guarire attraverso la persona del cieco, che trova il coraggio di dire la verità e non cedere alla derisione e alla paura di essere accusato da parte delle autorità. Anche i genitori lo abbandonano ma il segno su di lui funziona…riesce a scorgere da che parte sta il bene e a capire e accettare di abbandonare, senza remore, un sistema che il bene lo ha sempre allontanato e tenuto per sé. Che denuncia tremenda per il potere religioso! Ma, come dicevamo prima, guardiamoci dentro, tutti noi: non siamo schiavi delle nostre sicurezze, che a volte ci portano a puntare il dito sugli altri per erigerci al ruolo di giusti?
La reazione dei farisei e dei giudei assomiglia molto alla nostra quando veniamo colti in flagrante: irrigidimento, astio, rabbia…che a volte diventa violenza, a volte come in questo episodio un atto inconsapevole di autoaccusa dovuto al non voler ammettere di essere inadeguati, peccatori, piccoli, come tutti. Di essere bisognosi di amore e di perdono, come tutti. Amore e perdono, che la trinità non nega a nessuno, ma che elargisce a piene mani. E il peccato radicale, ci spiega Giovanni, in realtà è la chiusura alla grazia e alla relazione vera con Dio.
Ecco quindi che la domanda finale di alcuni farisei che si lasciano toccare dalle parole di Gesù funzionano da monito per il lettore: “siamo ciechi anche noi?”