Commento al Vangelo del 18 gennaio 2026.
Il Vangelo di questa settimana, che racconta l’incontro tra Giovanni e Gesù, ci pone davanti ad una domanda molto chiara: dove vediamo, nelle nostre vite, la presenza di Gesù?
Leggendo con attenzione il Vangelo di Giovanni, notiamo una sequenza di verbi legata al senso del “riconoscere”: vedere, conoscere, manifestare, testimoniare, contemplare, conoscere (una seconda volta) vedere (una seconda volta), e nuovamente vedere e testimoniare (per la terza e seconda volta rispettivamente).
Ora, se uno scrittore come Giovanni (e Giovanni è davvero un maestro del linguaggio) concentra una tale quantità di verbi in sei versetti, significa che vuole indicarci il nucleo, l’essenza, di quello che vuole raccontarci.
E qual è, dunque, questa “essenza”? Il fatto che Dio ha voluto rendersi visibile. Lui, puro spirito, invisibile agli occhi. Lui, verso il quale Mosè stesso provava paura all’idea di guardarlo. Lui, i cui pensieri sovrastano i pensieri dell’uomo come il cielo sovrasta la terra. Lui ha desiderato farsi disponibile ai nostri sensi.
Dapprima nella nascita a Betlemme, poi nella grande manifestazione trinitaria al fiume Giordano, e infine nella vita del figlio del falegname. Con Gesù, diventa possibile ascoltare Dio, fargli domande, mangiare con lui, abbracciarlo, fare progetti.
Dimentichiamo troppo spesso che il cristianesimo nasce da questa incontenibile sete di relazione che Dio prova nei nostri confronti.
Se ci prendiamo il tempo di riflettere su questa idea, la domanda dell’evangelista Giovanni si rivela in tutta la sua grandiosità: dove vediamo, nelle nostre vite, la presenza di Gesù? Dove si rende visibile, manifesto, contemplabile, conoscibile il Figlio di Dio che è Dio stesso?
Al centro di tutte le cose c’è l’incontro con Dio. Non un’idea, un ragionamento filosofico, un’argomentazione teologica. Ma un Dio di cui è possibile fare esperienza. E non si pensi che questa esperienza sia “roba per i mistici” o che non c’entri con noi che abbiamo una vita sin troppo terrena. La prima, grande (e, per certi aspetti, folle), proposta del cristianesimo – si può fare esperienza di Dio – ha una conseguenza: questa esperienza è possibile nelle nostre vite ordinarie. In quelle vite per nulla eccezionali (tanto da parere, a volte, interscambiabili) che sono le nostre vite di tutti i giorni. A questo punto, la domanda del Vangelo di Giovanni è perfettamente chiara: dove vediamo, nelle nostre vite – nella nostra esperienza di tutti i giorni – la presenza di Gesù? Nelle relazioni? Nella bellezza della natura? Nelle manifestazioni del pensiero umano? Nel mistero della Chiesa? Nell’esempio di tante anime bellissime che ci circondano? Nella soddisfazione che a volte il lavoro sa riservare? (Aggiungo a questo elenco un altro elemento perché è giusto, ma lo faccio con tutto il timore e il senso di inadeguatezza che merita: nella sofferenza e nell’esperienza della croce?). Qualunque sia il luogo del nostro incontro, occorre prendere esempio da Giovanni, e dire (anzi: urlare) il nostro “Ecco!”.