Commento al Vangelo dell’11 gennaio 2026.
Col termine Epifania facciamo riferimento a tre “manifestazioni” (“epifanie”, appunto) di Gesù: l’Adorazione dei Magi, il Battesimo nel Giordano, il primo miracolo alle Nozze di Cana. Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato la visita dei Magi al Messia-bambino appena nato e questa domenica la Liturgia ci porta sulle rive del Giordano.
L’episodio è noto, e si imprime nella memoria per la sua grandiosità: vi partecipano l’Antico Testamento nella persona di Giovanni Battista, l’ultimo annunciatore dell’attesa del Messia, il Nuovo, nella presenza di Gesù stesso, di colui – cioè – che compie quell’attesa, e lo Spirito di Dio che, con una voce potente, si mostra nella sua forma trinitaria.
Ogni confine tra l’eterno e il tempo perde significato: il passato dell’elezione e dell’attesa messianica di Israele, il presente dell’Incarnazione e il futuro della vita nello Spirito, almeno per un istante, sono fusi in quel momento di Grazia. Allo stesso modo in cui, in un’unica persona, sono fuse la natura divina del Cristo e quella umana di Gesù.
È un evento eccezionale e maestoso. Un cambiamento radicale della storia dell’uomo e del suo rapporto con Dio. E proprio per questo colpisce che avvenga attraverso due atteggiamenti così ben comprensibili a noi uomini: un’obbedienza e una esplosione di amore paterno.
«…conviene che adempiamo ogni giustizia» dice Gesù a Giovanni;
«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» dice Dio Padre parlando di Gesù.
Nelle parole di Gesù, l’intenzione di iniziare la sua missione sotto il segno dell’umiltà e dell’obbedienza alla volontà di Dio.
Nelle parole di Dio, una rivelazione sconvolgente: l’irruzione del divino nella storia non si presenta con tempeste, tuoni, sconvolgimento degli elementi, ma con le parole di un padre che guarda il figlio con occhi amorevoli.
Davvero, i Cristiani sono figli di un Dio che parla il linguaggio degli uomini.
E quanto ci sarebbe da dire sul termine che indica quel compiacimento di Dio. Matteo usa il verbo eudokeô che è densissimo di significato, e contiene in sé il “sembrare buono” o l’”essere un piacere” per qualcuno. Lo scegliere, determinare, decidere, che qualcuno è buono o ha valore… ma anche il riconoscere che è arrivato il momento giusto, lo scegliere, l’essere compiaciuti o favorevoli nei confronti di qualcuno.
C’è un ventaglio di sentimenti positivi che Dio padre esprime – come in un’esplosione di gioia – verso il suo figlio che gli dimostra obbedienza.
A questo punto, si pone per noi lettori – di oggi, ma anche di ogni tempo – una sfida: non lasciare che l’eccezionalità e la sovrannaturalità dell’evento – Dio che si manifesta! – lascino sullo sfondo il fatto ancora più (se è possibile) eccezionale: che quelle parole, in Gesù, sono rivolte a ognuno di noi. “Compiacendosi” nel Figlio, Dio “si compiace” in ogni uomo, e quando Gesù tornerà, dopo la sua vicenda umana, a prendere il posto che dall’eternità ha nella Trinità, quella intimità divina sarà aperta anche a noi uomini.
Dio si compiace nell’umanità.
Che – certo! – porta il segno di tutte le nostre debolezze, i limiti, le contraddizioni, ma non cessa di splendere di quella Grazia che il Battesimo ci ha restituito.