«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1).
In questi noti versetti, che Matteo pone come un grandioso preludio alla missione di Gesù («Da allora Gesù cominciò a predicare…») si trova la chiave interpretativa delle letture di questa domenica.
I due verbi “camminare” e “vedere” sono al passato: si parla di un popolo che “camminava” e “ha visto”. È qualcosa che riguarda la nostra memoria: la memoria di un tempo in cui camminavamo nelle tenebre e del fatto che, in quel buio, una grande luce ci ha orientato e liberati dall’angoscia.
Secondo il nostro Sant’Agostino, dire “memoria” è come dire “identità”: «…senza di quella – la memoria, appunto – non potrei nominare neppure me stesso», scrive nelle Confessioni.
Seguendo Agostino, allora, le parole di Isaia ci rivelano la nostra identità: “Chi sono io?” possiamo chiederci. “Io sono una persona che camminava nelle tenebre e che ha visto una grande luce”.
Va da sé: ognuno di noi ha attraversato le proprie tenebre personali e in modo personale, unico e irripetibile, ha visto rifulgere la luce. Tuttavia questa condizione – siamo gente che si è lasciata alle spalle il buio – ci accomuna. In questo siamo tutti uguali. È la condizione che ci “affratella”.
Bisogna, però, uscire dalle simbologie. Certo: le tenebre sono quelle di una vita lontana da Dio e dalla gioia che lui dona, mentre il rifulgere della luce è l’incontro con Cristo, che ha rischiarato le nostre vite. Però: in cosa si manifestano i segni di una vita liberata dalle tenebre?
La risposta a questa domanda si trova nelle parole di san Paolo, che ci esorta «a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.»
Ecco il segno di una vita liberata dalle tenebre e dove la luce rifulge: una libertà totale, vivendo la quale nulla può separarmi dagli altri. L’unanimità nel parlare cui ci richiama Paolo non consiste nel “dire le stesse cose”, ma nel “partecipare allo stesso discorso” non per affermare me stesso (questo povero “io” cui siamo tanto affezionati), ma per non rendere vana la croce di Cristo. Vale a dire: perché non accada mai che il mistero del Dio fatto uomo e poi morto e risorto per noi diventi qualcosa di abituale, di scontato.
Eravamo nelle tenebre, e ora siamo nella luce. Siamo diventati persone libere e mostriamo questa libertà con una infinita capacità di tessere relazioni nuove: libere dall’ansia di primeggiare, dalle ripicche, dal bisogno di emergere.
Obiezione, fin troppo prevedibile: “È difficile. Non sempre ce la faccio. A volte temo di non essere all’altezza”.
Tutto vero. Ma per superare queste (pur ragionevoli) obiezioni abbiamo uno strumento: tenere sempre nella nostra memoria il momento di quell’incontro con Gesù (che è avvenuto nell’incontro con una persona o con una comunità), quel momento preciso in cui le nostre tenebre personali si sono sciolte nella luce.?