Il fariseo e il pubblicano

Commento al Il Vangelo del 26 ottobre 2025. (Lc 18,9-14).

Il contesto del tempo di Gesù e dell’evangelista Luca che ci dona la Parola, viene espresso nelle due frasi introduttive di questo suo diciottesimo capitolo del Vangelo; esse parlano della “necessità di pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1) e di “alcuni che presumevano di esse giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Il contesto di oggi continua ad essere lo stesso di prima, poiché ancora è necessario pregare sempre ed ancora ci sono persone che presumono di essere giuste e che disprezzano gli altri

Nella piccola comunità cristiana degli anni ’80, a cui Luca dirige il suo scritto, vi erano persone afferrate all’antica tradizione del giudaismo che disprezzavano quei fratelli provenienti dal mondo pagano (cf. At 15,1.5); alla luce di questo clima ecclesiale, Luca introduce il tema della parabola dei due uomini che salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Nell’opinione della gente di quel tempo, un pubblicano non valeva nulla e non poteva rivolgersi a Dio, poiché era una persona miscredente ed impura mentre, al contrario, il fariseo ne era legittimamente autorizzato e all’altezza, in quanto scrupoloso osservante della Legge. 

Nella sua preghiera, così come Luca ce la descrive, il fariseo si posiziona ritto, in piedi e ringrazia Dio per non essere come gli altri: ladroni, disonesti, adulteri. La sua preghiera non è altro che un elogio di sé stesso e delle cose che fa: digiuna e paga le decime; è un’esaltazione delle sue buone qualità ma soprattutto è l’espressione di chi crede che seguire la Legge sia la condizione per essere giusti e quindi legittimati al giudizio altrui, compreso quello rivolto al pubblicano che si trova insieme a lui nello stesso posto e verso il quale non si sente fratello ma, appunto, giudice secondo la Legge!

Del pubblicano, Luca dice che neppure osa alzare lo sguardo, si batte il petto e dal fondo del Tempio sussurra una semplice frase: “Mio Dio, abbi pietà di me peccatore”. Poiché il pubblicano né conosceva né riconosceva la Legge quale rivelazione di Dio, i peccati che si attribuisce e per i quali domanda a Dio misericordia rimangono a noi misteriosi e proprio per questo essi emergono genuinamente più che una richiesta ad essere giustificati, un grido ad essere consolato.

                                                                                            Don Saverio