Il cuore dell’uomo, chi lo può conoscere? Solo il Signore scruta i cuori… Ce lo diceva Geremia l’altro giorno. Oggi è stata una giornata proprio di cuore per i ragazzi. Nel tempo incerto della mattinata hanno vissuto anzitutto un momento di deserto. Si fa sempre ai campi. Un tempo in cui si sta in silenzio, da soli ognuno in un angolino del grande prato, per parlare un po’ con la Trinità , oppure per riflettere, cioè specchiarsi e guardarsi dentro. Che è successo dentro al cuore in questo campo? Come mi sono sentito amato? Come mi sono sentito salvato? Verso chi mi sono rivolto per aiutarlo? Che cosa porto a casa per arricchire la vita mia e della mia famiglia e della mia comunità ?
Scrivono tanto i ragazzi appollaiati sulle panchine, o sui massi, o sui ceppi di antichi abeti, mentre le nuvole si muovono incerte. È un piacere vederli immersi nel silenzio e in un dialogo non indagabile, conosciuto solo da loro e dallo Spirito. Semmai se ne vedranno i frutti.
Siccome s’annuvola e cade qualche goccia, tutti a prendere la giacca prima di incamminarsi verso la chiesetta di Santo Stefano, che per tutta la settimana ha attirato lo sguardo dallo sperone di roccia scura che sovrasta l’antica vetreria. Sta lì, all’imbocco della Val Genova, da un millennio, quasi una porta o una sentinella. S’arriva in pochi minuti, seguendo un antichissimo sentiero selciato di pietre levigate e fiancheggiato da muretti muschiati nel fitto sottobosco. Par di tornare indietro negli anni, rivivendo pellegrinaggi di fedeli in cerca di grazia e di incontro con il Signore della vita. Già , perché qui c’è anche il camposanto di Carisolo, dove si chiede (è scolpito sui pilastri del cancello d’ingresso) ‘requiem aeternam’.
Nella parete della chiesetta esposta verso valle vediamo da vicino quel che dalla casa era ininutibile: famosi affreschi della ‘danza macabra’. Mentre entri in chiesa sei come accompagnato a considerare la verità della tua vita che sta in mano alle grandi braccia del Signore risorto, mentre è minacciata dal Nemico che vuole la tua rovina e dalla morte che è sempre in agguato e ti sta accanto, anche se non la vedi se non con gli occhi della paura oppure con gli occhi della fede. Le vorrebbe portare corona ed essere padrona e signora di tutti, ma c’è uno più forte di lei e l’ha sconfitta proprio quando pareva lei l’avesse vinto.
Penso: il crocifisso che campeggia in ogni chiesa, anche nella nostra chiesa, ci ricorda tutto questo, e forse siamo un po’ troppo abituati a vederlo e non scuote più il nostro cuore.
Visitata la chiesetta e i suoi affreschi (anche la rappresentazione di Carlo Magno passato da queste parti a convertire i signorotti), si esce per tornare giù. Un passaggio silenzioso dentro al cimitero, pregando anche per i nostri cari, diventa un momento forte, di cuore, per molti. Meglio farselo raccontare direttamente dai ragazzi, commossi ricordando nonni e amici, o commossi vedendo gli amici commossi.
Il ritorno a casa è un quarto d’ora di silenzio: quasi non si osa parlare per far risuonare le riflessioni e le emozioni comprensibilmente scomposte sulla profondità della vita salvata dalla morte.
Il pomeriggio è tutto di riposo e di gioco. E di preparazione dei numeri della serata. Ci raggiungo di nuovo i parrocchiani amici Patrizia, Lorenzo e Anna, che si fermano volentieri a condividere la merenda e a conversare sulle panchine del sacro prato e poi anche la buonissima cena di pinzini, preparati dall’abile Marcello: pure lui ci ha raggiunti oggi.
La grande serata finale scorre via allegra tra scenette, danze, gare, baci e schiaffi. Si va fino a mezzanotte, quando scoppiano le (classiche) lacrime di fine campo e si sale in stanza in quello strano contagio di gioia e tristezza, di pensieri che corrono all’impazzata tra il passato di compagnia e il futuro incerto di strade forse diverse. Il saggio però dice che non è finito nulla: è solo iniziato qualcosa di nuovo. Ma i cuori devono pian piano imparare a far vibrare bene tutte le loro corde. E forse il campo è stato una piccola scuola.








