Una giornata di pioggia ci stava: finora c’era andata proprio bene.
I ragazzi si svegliano con un grido d’augurio a Mattia che oggi come gli anni. Intanto inizia a tuonare lontano nella valle coperta dalle nuvole grigie sempre più dense. Tutta la mattina s’alternano scrosci violenti ad una pioggia che pare autunnale, mentre il sacro prato attorno alla casa s’allaga e s’asciuga velocemente.
Niente paura. I ragazzi in realtà son tranquilli nelle ore in casa. Colazione e poi servizi fatti bene e con calma: ogni giorno c’è chi apparecchia e sparecchia, chi si occupa delle pulizie dei bagni, dei corridoi e delle camere dei piani della casa. Bello vedere i gruppetti che si alternano nel lavoro, che cercan scope e palette e moci e spruzzo e spugne. Quest’anno senza figure di fuggitivi.
Dopo aver giocato un po’ o letto il giornale nel refettorio/salone, inizia la preghiera: l’amico profeta Geremia ci ricorda della lettera che scrisse da Gerusalemme ai deportati israeliti in Babilonia (siamo nel VI secolo a. C.): vivete bene l’esperienza famigliare e di lavoro nel paese in cui siete, e state tranquilli, perché fra settant’anni tutto finirà e ritornerete nella vostra patria. Una esperienza educativa, quella dell’esilio del popolo che aveva rifiutato di vivere secondo lo stile di vita di alleanza e amicizia con Dio.
Bisogna spendere bene il tempo, insomma. Ovunque tu sia. Non c’è luogo o situazione, pur difficile, in cui tu non possa amare e servire gli altri. I ragazzi s’interrogano e scrivono un loro impegno particolare per spendere bene il tempo di oggi, che è irreversibile, come la sabbia che passa nella clessidra e cade giù e non torna più su.
Per gruppi, poi, mentre il cielo continua a benedire la terra (il Sarca s’è alzato ormai di un buon mezzo metro ed aumenta il fragore delle sue acque), i ragazzi si calano nella situazione di tanti loro coetanei che in Ucraina o a Gaza stanno soffrendo o morendo ingiustamente. Si leggono alcuni articoli di giornale che aiutano a riflettere e a sentirsi un po’ come Geremia che vuole consolare il popolo in nome di Dio. Ogni ragazzi scrive una lettera ad un amico in zona di guerra, provando ad essere profeta della vicinanza e della speranza di Dio. Vengon fuori parole toccanti. Alcuni se la sentono di condividere, altri preferiscono tenere riservate le loro riflessioni. Tutti partecipano in modo interessato. Alcuni addirittura si commuovono.
A metà giornata finisce la pioggia. A pranzo qualche timido raggio di sole asciuga velocemente l’erba: si può tornar fuori a giocare. Come sempre prima a gruppetti tra parole crociate, pingo pong ristretto, trionfo e briscola con qualche bisticcio agonistico, poi con il grande ed entusiasmante gioco a squadre: una sorta di pallamano che per far punto devi mandare la palla con la testa oltre la linea di fondo, con una specie di palla come faceva il mio papà da piccolo, fatta di stracci legati.
A merenda pane e nutella e marmellata. Da bere limonata rap, burrobirra, la settimana di Lollo oppure lo stagno dello Spinale.
Durante la cena compaiono certi strani personaggi… lo smemorato Marco Ricordo, il vegano social Mattia Venturi, un pazzo furioso di Milano Vito Svitato, la dottoressa saputella Giordana Mora, e ancora Matilde Luccido e un certo Franco. Sono gli indiziati del delitto che subito dopo cena avviene in casa: qualcuno ha ammazzato il cuoco. Un urlo sale dalla valle alla sparizione del cadavere. Spaventati e agitati, a squadre i ragazzi indagano sull’accaduto, correndo e gridando (anche se non si può) di qua di là di su di giù per la casa per interrogare i sospettati. Ogni gruppo dà poi il suo responso da comunicare alla polizia. La fantasia supera di molto la realtà . Nessuno capisce che è stato il pazzo di Milano e non Mattia Venturi o Giordana Mora ad uccidere il cuoco. Ma tant’è: la serata è stata divertentissima.
Rimane solo da ringraziare il Signore.















