Più chiamati che eletti

Commento al Vangelo dell’11 ottobre 2020.

Discutendo con i capi del popolo, Gesù continua a far riflettere sulla storia della salvezza (Mt 22,1-14).

Un primo punto da cogliere e da contemplare: nella testa e nel cuore di Dio c’è una storia di amore, di alleanza, di amicizia. Una proposta continua di comunione, piena della gioia e della bellezza di una festa di matrimonio. È sicurissimo, Gesù: niente può far cambiare idea al Padre, che ci ha creati per godere della felice comunione trinitaria. E questo per noi (e per tutti) è molto importante: avere la sicurezza che Dio è e sarà sempre dalla nostra parte, che la sua dichiarazione d’amore (resa definitiva dall’evento della Pasqua) non viene meno, che la sua proposta di festa è rivolta proprio a tutti, buoni & cattivi… Gesù ci aiuta ancora a purificare la nostra immagine di Dio. Anche se qualcuno rifiuta l’invito, la festa non si ferma, ma si allarga a tutti quelli che stanno nei crocicchi delle strade.

Le parole di Gesù, poi, ci dicono il suo realismo: l’invito del Padre è disatteso. Una cosa assurda, ma è proprio così. Alcuni degli invitati se ne fregano. Altri sono addirittura irritati e fanno fuori i servi che portano la lettera… Una cosa assurda, ma, se ci guardiamo attorno, è proprio così. Quanti, pure oggi, sono superficiali davanti alla enorme e gioiosa proposta d’amore di Dio! E noi non siamo esentati da questo rischio di superficialità. Anche noi che ‘andiamo in chiesa’ potremmo vivere le nostre giornate non nel clima dell’amore forte e gioioso di Dio, ma curarci ‘dei nostri affari’ come se Dio esistesse solo un’ora alla settimana. E poi quanti, anche oggi, sono arrabbiati con Dio: gente che bestemmia, che rimprovera Dio di mandare il male, che se la prende con i suoi discepoli che testimoniano la giustizia (quanti martiri ancora oggi…). Forse il problema è proprio dell’immagine e dell’esperienza di Dio. Forse non è ancora abbastanza conosciuto il vero volto di Dio, e si pensa ad un ‘Dio cattivo e noioso preso andando a dottrina’.

Ancora, le parole di Gesù ripetono la rivelazione di una esigenza di responsabilità. La rivelazione della bellezza della responsabilità. Forse alcuni se la prendono con Dio e non entrano nella comunità dei suoi discepoli perché credono che la fede sia una strana obbedienza che annulla la libertà. Ma non è così. Dio è il primo garante della libertà. Perché l’amore o è libero o non è. Se non lo si ricambia volentieri, si sta fuori dal gioco nuziale dell’amore. È così anche nei rapporti tra di noi. E ricambiare l’amore non è una teoria, ma uno stile di vita. L’abito nuziale (che quell’invitato non ha portato) forse allude proprio a questa esperienza concreta del rivestirsi dell’amore ricevuto, del gestire cuore e scelte secondo la luce e la forza dell’amore che Dio riversa su di noi.

Infine, Gesù ci ricorda (con molta preoccupazione da parte sua e del Padre, come quando un genitore avverte i propri figli di qualche pericolo) che l’amore è una cosa seria ed è l’unica, autentica fonte della nostra gioia. Star dietro ai propri affari e silenziare chi ci richiama alla prospettiva della autenticità di vita è una illusione di felicità. Può durare un po’, ma prima o poi la verità viene a galla: vivere nell’egoismo, nella paura, nello sfruttamento degli altri, nell’orgoglio… distrugge la nostra persona. L’immagine con cui Gesù rende questo è tremenda: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Se sei egoista e chiuso nel tuo peccato, in realtà, sei legato, bloccato. Sei nel buio. Sei in una solitudine insopportabile.

Gesù conclude con una frase un po’ strana: «Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». Potremmo tradurre: «Ci sono più chiamati che eletti!». Riassume tutta la parabola: Dio chiama tutti, ma non tutti lasciano che la chiamata funzioni, non tutti si lasciano scegliere. È un avvertimento forte anche per noi, un appassionato appello a vivere nella gioia della conversione!