Atti degli Apostoli: Il naufragio di Paolo (At 27,9-44)

Una lettura narratologica di At 27, 9-44

Una premessa necessaria:

  1. Il documento “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” (Pontificia Commissione Biblica, 1993) pone alcune questioni fondamentali:
    • 1.1.  la necessità di integrare, nell’interpretazione del testo biblico, altri approcci oltre il fondamentale metodo “storico-critico” (che il documento definisce comunque “essenziale”, anche chiarendo che “non può avere la pretesa di essere sufficiente per tutto”);
    • 1.2.  la altrettanto grave necessità di non passare dall’integrazione dei metodi alla sostanziale lettura “privata” (è Pietro stesso a metterci in guardia: «nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione» [2Pt 1, 20]);
    • 1.3.  la varietà dei punti di vista da cui ci si può approcciare al testo (approccio canonico, tradizioni giudaiche, storia degli effetti del testo, sociologia, antropologia, psicologia, psicanalisi, approccio al contesto, lettura fondamentalista). Di ognuno di questi approcci, il documento presenta finalità, limiti, errori.
  1. Alla voce “Nuovi metodi di analisi letteraria”, il documento prende in esame tre forme di analisi:
    – retorica
    – narrativa (“narratologia”) – semiotica
    • 2.1.  La narratologia «propone un metodo di comprensione e di comunicazione del messaggio biblico che corrisponde alla forma del racconto e della testimonianza, modalità fondamentale della comunicazione tra persone umane, caratteristica anche della Sacra Scrittura.»
    • 2.2.  Questo approccio presuppone l’idea di “autore sacro” come “vero autore”:
      «Per la composizione dei Libri Sacri, Dio scelse degli uomini, di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli stesso in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva»”
      (CCC 106 che cita DV 11 che, a sua volta, cita Leone XIII, Providentissimus Deus. Corsivo e sottolineatura miei)
  1. Tutto ciò premesso, possiamo accostarci ad At 27, 9-44, un testo col quale l’autore sacro vuole farci accedere alla verità della Scrittura attraverso la composizione di una “cronaca”.

  At 27, 9-44: un approccio narratologico

Il “cuore” dell’approccio narratologico consiste nel riconoscere le componenti del racconto che l’autore ha deciso di usare, per poi analizzare come l’autore stesso le usa per produrre significati che offre al lettore.

Secondo uno schema base della narratologia, noi possiamo identificare nel racconto 6 componenti: situazione iniziale, antefatto (che può essere presente o meno), esordio, peripezie, tensione, scioglimento.

Proviamo a identificarle in At 27, 9-44

1. Situazione iniziale
«
Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione » (che, cadendo in autunno, era nel tempo non favorevole alla navigazione).

2. Antefatto
Ci sono un antefatto remoto (Paolo si appella al tribunale romano) e uno prossimo (la partenza: At 27, 1-8).

At 27, 1-8
[
1 Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. 2 Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. 3 Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4 Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5 e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. 6 Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. 7 Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; 8 la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.]

L’A prossimo ci dà 5 annotazioni sulla navigazione, che la caratterizzano in modo univoco:

…navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari
…Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido …siccome il vento non ci permetteva di approdare
…costeggiammo a fatica

Avere presente il processo a Paolo significa richiamare sulla scena il motivo ultimo di questa vicenda: il rifiuto, da parte del mondo giudaico dell’annuncio di Paolo e, in particolare, del fatto che Gesù sia il compimento alle profezie e quindi non avvii una scissione col mondo giudaico.

Sommando l’A remoto, quello prossimo e la situazione iniziale, invece, possiamo delineare il contesto più prossimo:
– il tentato linciaggio di Paolo (21, 7:
Stavano ormai per finire i sette giorni, quando i Giudei della provincia d’Asia, come lo videro nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani e il suo arresto da parte dell’autorità romana (21, 33: « )

– la decisione di Paolo di rimettersi al tribunale romano, che lui ufficializza davanti al governatore Festo (AT 25, 9-12:
«Festo, volendo fare un favore ai Giudei, si rivolse a Paolo e disse: “Vuoi salire a Gerusalemme per essere giudicato là di queste cose, davanti a me?”. 10 Paolo rispose: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare: qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente. 11 Se dunque sono in colpa e ho commesso qualche cosa che meriti la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle accuse di costoro non c’è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Io mi appello a
Cesare”. 12 Allora Festo, dopo aver discusso con il consiglio, rispose: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai”.»

3. Esordio

La nave è salpata, e la vicenda ha inizio.

27, 9b-12:
Paolo perciò raccomandava 10 loro: “Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite”. 11 Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12 Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale. (
il destino di Paolo è quello di essere sempre inascoltato…) In seguito alla partenza verso Fenice, iniziano le

4. Peripezie (27, 13-42)

Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14 Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15 La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16 Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17 La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18 Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19 il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20 Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.

21 Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: “Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22 Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23 Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24 e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni su di lui 

Allora il comandante si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene di navigazione”. 25 Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26 Dovremo però andare a finire su qualche isola”.

4.1 Tensione

27 Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. 28 Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. 29 Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30 Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, 31 Paolo disse al centurione e ai soldati: “Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo”. 32 Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.

4.2. Scioglimento
33 Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: “Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34 Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto”. 35 Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36 Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37 Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38 Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
39 Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
40 Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la
spiaggia.
41 Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42 I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43 ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44 poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.

5. Conclusioni

5.1. Lo scioglimento è il passaggio narrativo che fa cessare – temporaneamente o definitivamente – le tensioni che hanno attraversato tutta la narrazione. Il modo in cui le tensioni si sciolgono dà un “senso” al testo che abbiamo letto. In questo caso (scioglimento temporaneo: noi lettori sappiamo che le vicissitudini di Paolo non sono certo finite!) le tensioni si sciolgono con il trionfo del progetto di Paolo di recarsi a Roma.

 Dal testo alla riflessione spirituale

La Chiesa nella storia: ancora una volta – è ricorrente nel libro degli Atti – osserviamo la storia che tenta invano di opporsi all’azione divina: mentre Paolo è prigioniero nel carcere della fortezza dei romani (lo avevano portato lì perché il comandante della guarnigione temeva che lo avrebbero linciato!) una notte Gesù gli appare e gli dice: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma» (AT 23, 11).

L’avventurosa navigazione di Paolo altro non fa che realizzare questa vocazione. Il fatto che si oppongano ad essa:

– la persecuzione del Sinedrio,
– il complotto di alcuni Giudei,
– la quasi affettuosa considerazione di Agrippa («E Agrippa disse a Festo: “Quest’uomo poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare”.» (At 26, 32)
– la stagione non adatta alla navigazione
– Libeccio, Maestrale e Euroaquilone
– la nave alla deriva
– la tempesta
– una secca su cui la nave si incaglia
– l’idea di uccidere i prigionieri per evitare che scappassero (!)
non modifica di una virgola la “rotta” che Gesù aveva indicato, e che portava a Roma.

Cosa fanno gli uomini in questa tensione tra la volontà di Dio e la loro? / 1

In precedenza, avevamo visto che – come spesso nella storia – gli uomini oppongono i loro progetti e le loro idee a quelli di Dio.

  • Il Sinedrio vuole che Paolo venga giudicato.
  • Farisei e Sadducei si servono della sua predicazione per riaprire le loro dispute
    teologiche.
  • Un gruppo di più di quaranta Giudei stende un piano per ucciderlo.
    Ma Paolo si salva dalla congiura e parte per Roma perché suo nipote viene a sapere della congiura e perché i Romani intendono applicare la loro legge fino in fondo.

ï Cosa fanno gli uomini in questa tensione tra la volontà di Dio e la loro? / 2 Ora siamo sul ponte della nave e possiamo osservare come si comporta la piccola comunità costituita dall’equipaggio e dai prigionieri.

All’inizio, c’è uno strano ribaltamento: Paolo “fa raccomandazioni” all’equipaggio: si preoccupa per loro e per la nave (“Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite”. – 27, 10): come dobbiamo leggere questo comportamento? Paolo ama quegli uomini che pure lo stanno portando a processo? Teme per sé? Teme che un naufragio lo allontanerebbe dalla sua missione? In quel momento Paolo è l’uomo più solidale con quella nave e il suo equipaggio: «Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo».

Il comportamento che più caratterizza gli uomini della nave è il continuo cambiamento id opinione:

  • presero la decisione di salpare… ma la nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento
  • abbandonati in sua balìa, andavano alla deriva
  • nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così [di
    nuovo] alla deriva.
  • il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico;
  • il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave.
  • Etc.
    Qui avviene un nuovo fatto inaspettato. Paolo profetizza:
    “Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22 Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. (21-22)
    E fonda questa sua profezia sul fatto che
    Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”. (23-24)
    Ulteriore fatto inaspettato: c’è un tentativo di abbandono della nave, e Paolo ne prende il comando:
    Paolo disse al centurione e ai soldati: “Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo”. Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare. (31-32)
    A questo punto, Paolo ha un gesto di carità per gli uomini che lo circondano:
    Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto”. (33-34)
    Prima della salvezza in un’insenatura con una spiaggia, la nave andrà persa (come Paolo aveva profetizzato) e vi sarà un ulteriore tentativo di uccidere i prigionieri, sedato, questa volta dal Centurione. Il brano si chiude con la frase:
    E così tutti poterono mettersi in salvo a terra. (44)

Qualche spunto di riflessione dal testo.

Questa cronaca che abbiamo letto non ci permette alcuna ipotesi sull’interiorità dei personaggi. Sappiamo per certo che Paolo si fa tutt’uno con il comando che Gesù gli ha dato. Ma degli altri? Che possiamo dire?

Che i Romani, applicando il loro Jus servono, in ultima analisi, il disegno di Dio.
Che i marinai, quando la tempesta si fa davvero dura, sono pronti ad applicare il principio mors tua vita mea.

C’è ben poco di più che possiamo ipotizzare. È la natura stessa del racconto a chiederci di guardarlo “dall’alto”, osservandone le macrodinamiche, calandoci in questi grandi movimenti che vengono narrati.

Assumendo questo punto di vista, cosa possiamo mettere al centro della nostra attenzione?

  •  Che in mezzo a tante tensioni e obiettivi diversi, quando persino la natura sembra porre ostacoli, non c’è altra via di salvezza che ancorarsi alla volontà di Dio.
  •  Che dobbiamo farci solidali con la “nave” in cui viviamo.
    La situazione è scomoda: gli uomini dell’equipaggio hanno opinioni talvolta sbagliate e comunque sempre mutabili. La loro paura e il loro interesse possono metterci nella scomoda posizione di “carico sacrificabile”. Ma noi siamo chiamati a servirli, comunque e dovunque: “Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza.

  • Che dobbiamo attendere la consolazione che viene dalla presenza di Dio: Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo…

Questa cronaca avventurosa ci chiede conto della nostra presenza nel mondo, che spesso sembra in balìa della tempesta. Siamo capaci, in quella tempesta, di avere le idee chiare sulla nostra meta, solidali con gli altri uomini che vivono la nostra stessa sorte, non ciechi di fronte alla presenza di Dio?