Un denaro, per tutti

Commento al Vangelo del 24 settembre 2017.

Geniale, come sempre, Gesù: per raccontare la misericordia scandalosa del Padre inventa la parabola dei lavoratori nella vigna, assunti ad ogni ora del giorno e retribuiti a sera con la stessa paga, nonostante i mugugni di chi ha sopportato il peso della giornata intera e il caldo (Mt 20,1-16). Gesù la racconta per i benpensanti e gli impegnati di Israele, che si meravigliavano della accoglienza che lui riservava ai peccatori e al popolo ignorante. La racconta per la comunità dei primi cristiani, che sperimentava la conversione dei pagani, i quali condividevano la stessa ricchezza di grazia e pareva prima riservata al Popolo di Israele. La racconta per noi, che oggi abbiamo bisogno di entrare di più nel cuore di Dio per imparare da lui a guardare gli altri di buon occhio, e non con un ‘occhio malvagio’, cioè carico di astio e di invidia. Gli altri possono essere i fratelli della comunità, oppure quelli che s’avvicinano all’ultimo momento alla Chiesa e cercano di convertirsi dopo una vita di distanza e di menefreghismo quanto alla fede.

A tutti il Padre dà fiducia, tutti vuole coinvolgere nella sua famiglia, nel suo popolo, nel suo regno. A tutti vuole dare ‘un denaro’, cioè il pane quotidiano, cioè il sostentamento per la vita, cioè la vita stessa. Il Padre, ci ricorda Gesù, è libero e fa quel che vuole («non posso fare dei miei beni quello che voglio?»), e questo ci potrebbe mettere un po’ di paura. La paura di non essere trattati bene da lui, di non rientrare tra i suoi preferiti, di non avere il giusto premio per il nostro impegno. Ma è una paura assurda, spiega Gesù: il Padre non è arbitrario o capriccioso, anche se, al nostro sguardo e secondo il nostro criterio umano di premio per una prestazione, può sembrare così. Dovesse applicare i nostri criteri di giustizia, staremmo freschi: chi potrebbe presentarsi avanzando meriti o pretese? Un denaro per tutti è giusto: vuol dire che Dio non fa preferenze di persone, che davvero considera ogni uomo come suo figlio e lo tratta bene perché è un Padre buono. E a tutti dà sempre la possibilità di convertirsi, di riconciliarsi, di camminare nella maturità e nella santità. Certo, nella sua libertà potrebbe fare diversamente, ma il Padre sa usare bene la sua libertà, che è tutta informata dall’amore verso tutti. Dio è amore, e da lui non esce che amore, in modo sovrano, libero, fedele.

C’è dunque un passaggio importante da fare nella nostra conversione, pensando alla nostra vita di cristiani nel mondo, specie di laici chiamati ad ispirare in senso evangelico società. Astutamente, potremmo dire, il padrone di quella vigna concorda con i primi lavoratori la paga, e rimane fedele a ciò che è concordato nel contratto: è inattaccabile sul piano della giustizia contrattuale. Ma la giustizia intesa come dare a ciascuno il suo non basta, nei complicati rapporti tra gli uomini. È importante, va ricercata e affermata, ma non basta in questo mondo perché tutti abbiano una vita dignitosa e piena. Ci vuole una giustizia superiore, ci vuole la sovrabbondanza della misericordia di Dio che scommette sulle persone e le riabilita, che vince la logica dello scarto per chi non riesce da fornire subito delle prestazioni. Sembrano discorsi assurdi, e sicuramente fuori moda: secondo le leggi del dio mercato, questa giustizia superiore non ha senso. Chi ha in testa solo profitto e guadagno non si può permettere di guardare al bene della persona tutta intera, al suo bene integrale. Quel che conta è ciò che il lavoratore o il datore di lavoro possono darsi l’un l’altro in termini di prestazione economica. Ma sono sotto gli occhi di tutti gli effetti perversi di questa presunta giustizia solo commerciale, per lo più amplificati nelle dimensioni a causa della sempre più forte interdipendenza delle condizioni economiche a livello mondiale. Tutti cercano di arraffare, di avere di più («venuti i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più»). Nel grande mondo della finanza, o anche nelle più piccole imprese, o anche nei rapporti di lavoro domestici, il criterio della giustizia economica è facilmente aggirato dalla avidità e dall’invidia.

La comunità cristiana è sicuramente chiamata ad essere presenza profetica in questo contesto. A vivere e se necessario inventare rapporti che tengano in piedi la giustizia economica dentro alla visione più alta della giustizia di Dio che mette al primo posto il bene integrale di ogni persona umana.