Pellegrinaggio a Roma, 25 febbraio

Il diario e qualche foto della giornata, e specialmente la testimonianza di Silvia, della Comunità di S. Egidio.

La sveglia è piuttosto presto: alle 8 dobbiamo essere in S. Pietro per la celebrazione della Messa. Arriviamo nella grande piazza semi deserta, mentre un timido sole sbuca ogni tanto dal cielo gravido di nubi. Siamo puntuali e abbiamo l’onore di celebrare nell’altare più prossimo alla tomba del Primo degli Apostoli. Una Messa come tutte le altre Messe. Eppure una Messa molto speciale, commossa e carica di fede, uniti a Pietro che ci invita ad ascoltare le parole che il Signore Gesù ha detto a lui e a fare la nostra professione di fede, assieme a lui. Rinnoviamo tre decisioni: quella di fidarci del Risorto e di sceglierlo come roccia della nostra vita personale; quella di amare la Chiesa nella quale il Signore ci edifica appoggiandoci sul fondamento che è Pietro, la Chiesa che è il solo ‘luogo’ in cui possiamo essere sicuri di incontrare il Signore e di costruire l’umanità nuova; quella di non lamentarci mai più nelle difficoltà, perché il Signore ha assicurato a Pietro che ‘le potenze degli inferi’ non prevarranno (cf. Mt 16,13-19).

Dopo la Messa possiamo fermarci un poco dentro alla grande Basilica Vaticana, che va affollandosi di pellegrini, mentre da un altare del transetto risuonano per tutte le navate le note solenni dei cantori. Rimaniamo incantati davanti alla Pietà di Michelangelo, e incuriositi dalla ‘citazione’ della lunghezza della Cattedrale di Ferrara sul pavimento della Madre di tutte le chiese sparse per il mondo. Qualcuno sosta nei pressi della tomba di San Giovanni Paolo II: molti di noi sono cresciuti con lui Papa, per molti di noi Pietro è stato anche lui.

A Trastevere ci arriviamo abbastanza in fretta. C’è tempo per un caffè prima di incontrare Silvia della Comunità di S. Egidio. Per le viuzze del caratteristico quartiere ci conduce brevemente fino ad una grande sala della Comunità, nella quale, sistemate le sedie inizia un bel dialogo. Ecco il breve resoconto.

(Il video dell’incontro)

La Comunità di S. Egidio è nata dall’intuizione di Andrea Riccardi molti anni fa, nel ’68: per cambiare il mondo, prima devo cambiare me stesso, devo partire dalla conversione del mio cuore.

Visitandoci, papa Francesco ha riassunto l’identità della Comunità di S. Egidio nelle tre ‘P’:

Preghiera, Poveri, Pace.

Preghiera: ogni giorno stiamo in ascolto della Parola di Dio.

Poveri: ci si occupa di tante cose, senza specializzarsi solo in un contesto. Esempio degli anziani, dei malati di AIDS…Si punta al rapporto personale, diretto con i poveri. Non c’è una iscrizione particolare alla comunità. Si comincia facendo delle esperienze di servizio, di comunità, di preghiera insieme. I membri della comunità sono laici, che continuano la loro professione e la loro vita di famiglia, e dedicano il tempo che possono alla preghiera e ai poveri.

Pace. Partendo dai piccoli servizi ai poveri della città di Roma, ci si è allargati fino a sedersi ai tavoli di pace (per esempio in Mozambico: dopo due anni di trattative si è arrivati ad una pace solida. Mons. Zuppi, allora giovane prete, andò in Mozambico e riuscì a mettersi in contatto con i guerriglieri, assieme ad Andrea Riccardi, e ad aiutare il processo di una pace duratura, fonte di sviluppo per quel paese). Da quella esperienza sono nati altri contatti: siamo stati cercati per aiutare nelle trattative di pace in diverse parti del mondo, come in Centrafrica, paese visitato dal Papa lo scorso anno, o in Libia.

Ci sono situazioni dimenticate… Ad esempio la Siria! È importante tenere alta l’ambizione per la pace! Ogni mese, nei luoghi dove siamo, promuoviamo una preghiera per la pace, nella quale si ricordano i circa cinquanta paesi in cui si vivono conflitti (molte sono le guerre dimenticate). Tanta gente si unisce nella preghiera, e la preghiera ha una forza importante per aprire uno spazio di pace, contro la mentalità dominante per cui le guerre sono inevitabili. Dobbiamo sentire, come cristiani, la responsabilità per la pace.

La nostra è una comunità di laici: non viviamo insieme, ma facciamo comunità, in un modo che può essere vissuto da tutti, stando in luoghi diversi.

Come è impostata la vostra preghiera comunitaria quotidiana?

Dura mezz’ora, ogni sera alle 20, nella Basilica di S. Maria in Trastevere.

Si inizia con un canto, partecipato da tutti (chi canta prega due volte…). Ogni giorno è dedicato ad una memoria particolare. Il lunedì preghiamo ‘con’ i poveri, il martedì ‘con’ Maria, il mercoledì ‘con’ i Santi, il giovedì per la Chiesa e l’evangelizzazione, il venerdì  è dedicato alla croce del Signore, il sabato e la domenica si celebra il giorno del Signore.

C’è la preghiera dei salmi (tre salmi ogni sera, leggendo cursivamente il salterio). La Scrittura (specialmente con i salmi) ci insegna a rivolgerci a Dio, ci ricorda che siamo tutti peccatori e fragili, che ognuno può capire la verità di sè davanti a Dio.

C’è poi l’annuncio della Parola di Dio, con un commento di qualche minuto.

Seguono alcune preghiere di intercessione e c’è la conclusione.

È un itinerario che viene offerto a tutti.

Il primo lunedì del mese è dedicato alla preghiera per i malati (si raccolgono i nomi su biglietti che vengono poi conservati nella chiesa di S. Egidio davanti all’altare delle croci).

Il terzo lunedì si prega per la pace. Sperimentiamo che la preghiera ci dà la forza di non arrenderci di fronte alla mancanza di speranza. Tra l’altro tutte le sere chiediamo al Signore la liberazione di alcuni nostri amici (in particolare due vescovi siriani e p. Dall’Olio) che sono stati rapiti in territori di guerra. È una forma di amore per queste persone e per i paesi in cui sono stare rapite. Dalla preghiera nascono anche grandi cose: ad esempio il progetto dei corridoi umanitari che sono stati attivati per i profughi in modo da evitare loro il viaggio in mare.

Partecipano spesso alla preghiera anche rappresentanti di altre confessioni cristiane, questo dà origine all’aiuto fraterno tra le chiese. C’è un ecumenismo della carità e dell’amicizia che va molto più avanti di quello ufficiale…

Come vi organizzate nell’aiuto ai poveri?

Ogni servizio nasce sempre da un incontro, da una storia che ci ha aperto gli occhi su una vocazione, su una strada da percorrere. Quando abbiamo avuto dal card. Poletti nel ’72 la chiesa di S. Egidio (prima pregavamo per strada), abbiamo cominciato a pregare in chiesa, e i primi ad affacciarsi in chiesa erano gli anziani del quartiere. Poi il quartiere è diventato più ‘in’, luogo del passeggio e della movida, uno dei quartieri più costosi della città, abitato da personaggi famosi, e di anziani ce ne sono di meno.

Ricordo agli inizi la Signore Filomena, conosciutissima nel quartiere, che veniva spesso a chiederci aiuto. All’improvviso questa Filomena era sparita. I nipoti l’avevano ricoverata in un istituto fuori Roma: è morta in tre giorni, pur essendo una persona sana! Avevamo già cominciato a fare qualcosa per gli anziani, ma questa storia ci ha svegliato sulla drammaticità della situazione degli anziani. Attualmente ne aiutiamo circa 10mila. E molti degli stessi anziani si attivano per andare a visitare gli altri, per le adozioni a distanza, per iniziative di solidarietà. Tendiamo a evitare l’istituzionalizzazione (gli anziani messi negli istituti, che di solito sono fuori Roma, quasi cacciati dalla città…), anche promuovendo forme di convivenza tra loro. Crediamo che il futuro per il nostro paese (che sarà sempre di più per anziani) stia anche nell’individuare queste nuove forme di convivenza.

Cerchiamo di suscitare, nei quartieri, una conoscenza reciproca, che va sempre più perdendosi: una città di gente isolata non fa bene a nessuno! Vogliamo promuovere una attenzione reciproca che rende i nostri quartieri più sicuri, più solidali. Una cultura della prossimità.

In carcere abbiamo iniziato ad andare perché ci andavano persone che conoscevamo (rom, senza fissa dimora…), e abbiamo scoperto il carcere come luogo di concentrazione del disagio sociale.

Si entra sempre dentro a un problema a partire da una familiarità, da un rapporto personale con le persone…

E le forze per affrontare tutte queste cose?

Se stavamo a contare le forze, non avremmo fatto quel che abbiamo fatto.. Lavoriamo sempre un po’ oltre le forze che sono a disposizione, o oltre le competenze: se dovessimo aspettare di avere forze o competenze non inizieremmo mai.

Certe cose le facciamo con l’aiuto della amministrazione pubblica (ad esempio i pasti della mensa). Di solito però le attività sono autofinanziate, con le nostre risorse o con raccolte solidali. Abbiamo poi creato in giro per la città magazzini in cui raccogliamo generi alimentari che la città butta via, specie cose in scadenza.

Sempre con sorpresa, e questa cosa si rinnova sempre, troviamo gente che ci sta a dare una mano quando si lancia qualche iniziativa. Ad esempio siamo stati quasi sommersi dagli aiuti nella emergenza freddo degli scorsi mesi. La gente è molto meno peggio di quel che si può credere, ed è anche pronta a mobilitarsi. Tanta gente ci sta aiutando anche nel progetto dei corridoi umanitari: circa 700 profughi accolti in tutta Italia da persone che si sono messe a disposizione…

Tutte queste cose richiedono un impegno personale di tempo molto consistente…

C’è di fatto una struttura amministrativa, che è minimale, ma tutti siamo volontari e dedichiamo il tempo che possiamo. Io ad esempio insegno, e dedico due o tre pomeriggi alla settimana alla comunità. C’è chi lavora di giorno e si mette a disposizione alla sera per girare per visitare i senza fissa dimora.

Il tempo passa in fretta. Attorno al mezzogiorno dobbiamo salutarci, con grande senso di ringraziamento per la testimonianza viva e carica di speranza che abbiamo ricevuto. Molti spunti debbono essere approfonditi e possono esser vissuti anche da noi: ad esempio l’integrazione tra il vivere la carità in piccolo e l’avventurarsi in cose molto grandi, tra le esperienze quotidiane e l’aiuto a livello internazionale; l’idea della ‘cultura della prossimità’ da promuovere nelle nostre città sempre più spersonalizzate; l’idea che il rapporto con i poveri non è ‘una tantum’, ma un modo di vivere permanente, una amicizia personale; la fiducia nella provvidenza…

Pranziamo poco dopo al ristorante Carlo Menta giù in una sala sotterranea, un po’ pigiati, ma in un bel clima di fraternità. Ci stiamo conoscendo un po’ di più.

Il pomeriggio è dedicato a girare per Roma. C’è, si sa, l’imbarazzo della scelta. Decidiamo di passare per l’Isola Tiberina e per il ghetto di Roma: arriviamo alla Chiesa del Gesù, dove il gesuita di origini ferraresi p. Daniele Libanori (che è stato anche cappellano a S. Agostino!) ci presenta magistralmente l’architettura e le opere artistiche e teologiche di questo ‘teatro’ barocco di grande suggestione. Un incontro cordiale con molti che si ricordavano di lui.

Passati accanto all’Altare della Patria e ai fori imperiali, dopo una sosta a S. Cosma e Damiano, vi avviamo a S. Pietro in Vincoli, che è la tappa successiva: vogliamo vedere da vicino un altro capolavoro di Michelangelo, il Mosè, che sprigiona forza e drammaticità dal suo volto ‘terribile’.

Alcuni si avviano verso l’alloggio, con altri si prosegue per una ulteriore ‘carrellata’ di sbrigative occhiate (bisogna esser puntuali per la cena).

L’ottima cena è preludio, per la maggior parte del gruppo, di un ulteriore tour di Roma by night. Meta (con la metropolitana però) Piazza di Spagna. Sulla scalinata bellissima si fa l’ultima foto di gruppo per fare memoria di questa bella giornata seria e allegra.

Un po’ di foto, in attesa di condividere l’album completo…