Il buon pastore, nostra porta al cielo.

In questa domenica del Buon Pastore, potremmo pensare alla figura del pastore come qualcosa di illustrativo, ma, lungi da questo, essa diventa uno spazio di riflessione, aiutati dalla lettura del Vangelo di Giovanni, illuminati dall’Antico Testamento, dai profeti e dai salmi. Dai profeti come Ezechiele risuona la denuncia dei “cattivi pastori” di Israele, leader che sfruttano il gregge invece di prendersene cura, e si annuncia che Dio stesso assumerà il ruolo di pastore, promettendo inoltre un pastore discendente del re Davide. Questa tensione tra il Buon Pastore, il pastore autentico, e la leadership corrotta viene evidenziata dall’evangelista Giovanni sotto forma di contrasto tra il pastore che entra dalla porta e i “ladri e briganti”. La denuncia è molto chiara, rivolta all’autorità religiosa del tempo. Il Buon Pastore ci fa ricordare il salmo 23, con l’immagine della cura, della guida e della vita che proviene da Dio; ci fa giungere le voci dei profeti Geremia e Zaccaria, forti nella denuncia contro i pastori infedeli e che anticipano il rifiuto del vero pastore. Il simbolismo pastorale di quei tempi era fortemente associato alla leadership religiosa e politica, e al popolo di Israele come gregge di Dio. L’evangelista Giovanni non si limita a ripetere ciò che è stato detto precedentemente, ma lo spiega in modo nuovo, guardando a Gesù. È una novità quando afferma che le pecore non seguiranno lo straniero: afferma che le pecore non sono una massa passiva, ma persone capaci di ascoltare, riconoscere e rispondere. Conoscono la voce del loro pastore e, per questo, non si lasciano ingannare, perché si vive una relazione tra il pastore e le pecore basata sulla fiducia e sul riconoscimento reciproco. E così, formano una comunità non per obbligo, ma perché sanno distinguere la voce autentica. Un altro punto importante nell’identificazione del Buon Pastore è Gesù, che si autodefinisce “Io sono la porta”. Un’immagine che dà una svolta significativa nel passo evangelico. La porta è un’immagine presente nella tradizione biblica, specialmente associata all’accesso a Dio e all’azione divina che apre il cielo per benedire l’umanità; in nessun caso si identifica con una persona. Nell’Antico Testamento, la porta è un simbolo dell’accesso che solo Dio può aprire. Invece, in san Giovanni, Gesù non solo indica quell’accesso, ma si presenta come Egli stesso la porta. La novità è che questo Buon Pastore, Gesù, non solo guida il gregge, ma diventa il luogo di passaggio, una nuova dimensione in cui la mediazione non è più solo un’azione divina, ma una realtà personale che implica apertura e limite, accoglienza e discernimento. Affermandosi come la porta, Gesù si presenta come l’unico accesso legittimo; per questo, Gesù non è solo il pastore inviato da Dio, ma il luogo stesso in cui avviene l’incontro tra Dio e l’essere umano. E, se allora chi incontra Gesù Cristo “sarà salvato”, “entrerà e uscirà”, “troverà pascolo”, la salvezza che trova non è una realtà statica, ma un’esperienza dinamica di libertà, sicurezza e pienezza. Di fronte alla logica distruttiva del ladro, Gesù offre una vita sovrabbondante, che non si limita alla sopravvivenza, ma si apre a una pienezza esistenziale. Per questo, il Buon Pastore, nel racconto dell’evangelista Giovanni, non è semplicemente un buon leader, è molto di più. In Gesù si uniscono molte cose allo stesso tempo: è guida, vicinanza e conoscenza reciproca e, soprattutto, accesso alla vita. Gesù non solo conduce il gregge, ma è anche il cammino e la porta attraverso cui entrano le pecore. In Gesù Cristo, l’antica immagine del pastore raggiunge il suo significato più pieno.