Commento al Vangelo del 12 maggio 2024.
Eccoci verso la conclusione della lunga festa di Pasqua. In questa domenica celebriamo il memoriale dell’ultimo incontro del Risorto con i suoi (Mc 16,15-20). Non è un ricordo cronologico, s’intende. È il fare memoria viva di una ulteriore e bella sfaccettatura del mistero pasquale, nel quale è racchiusa tutta la ricchezza di significato dell’incarnazione. L’immagine di Gesù che sale al cielo era ben comprensibile per quelli della sua epoca, che collocavano nel cielo il trono di Dio. Noi, da parte nostra, cerchiamo di raccogliere il significato di questo ultimo atto della missione di Gesù in quanto visibile agli occhi dei suoi. La risurrezione gli ha dato ragione. Con essa il Padre ha messo il suo sigillo su tutta l’opera di Gesù: sulle parole e sui gesti, sugli insegnamenti e le azioni. E specialmente sulla croce, cioè sul modo in cui Gesù ha vissuto la morte. Questa morte non lo ha allontanato da Dio: con essa ha invece compiuto il disegno misteriosamente preparato per il Messia. Ed ora Dio, il Padre, colloca Gesù, con la risurrezione, alla sua destra, manifestando così che il crocifisso è partecipe in pienezza della gloria divina (v. 19).
Gesù, ora, non lo vede più nessuno in carne e ossa. Celebrare l’Ascensione (in unione con la Pentecoste), ci aiuta a capire il legame tra noi e Lui, a intendere qual è il cordone ombelicale che ci permette di nutrirci della sua Pasqua. Questo cordone è l’annuncio della Chiesa, la sua predicazione (v. 15). «Tutto il mondo», «l’intera creazione» sono destinatari di questo annuncio che il Signore comanda di attuare. Con tono perentorio, l’autore di questa finale del vangelo di Marco, afferma che ogni creatura ragionevole è candidata a «credere» e a «farsi battezzare» per ottenere la salvezza (v. 16). C’è dunque una responsabilità di chi deve andare ed annunciare; e c’è una responsabilità di chi ascolta e deve decidere se credere o non credere. Salvezza e condanna sono i termini ultimi dell’alternativa. Questi versetti contengono perciò un forte invito alla fede, assicurando che il fondamento di essa è la testimonianza apostolica: crediamo che la chiesa è «apostolica» proprio per questo.
Ciò non significa, però, che il Signore è assente. L’Ascensione, infatti, mostra come si combinano i due elementi della partenza e della permanenza di Gesù. Sedere alla destra di Dio, per lui, significa poter essere presente in modo diverso, non limitato dal tempo e dallo spazio. Prima della risurrezione, Gesù avrà incontrato forse qualche migliaio di persone, durante i suoi anni nella terra poi chiamata santa. Ora la sua presenza non ha confini, tanto che può assistere confermare coloro che predicano la Parola (v. 20). L’autore insiste sui segni prodigiosi di questa opera divina di assistenza e di conferma (vv. 17-18), riflettendo probabilmente su una serie di vivaci esperienze carismatiche della chiesa apostolica. Il racconto di Luca negli Atti degli apostoli ne dà lunga e dettagliata testimonianza, e così tutta la storia della Chiesa, anche se non con quella frequenza e modalità appariscente che il nostro testo lascia intuire e che, evidentemente, non appartiene in assoluto a tutti i tempi. La fede, comunque, è risposta alla predicazione, e non ai segni che l’accompagnano e che, perciò, la confermano.