8 febbraio 2017: fiaccolata contro la tratta. Foto e intervento del Vescovo

Si è svolta l’8 febbraio con un’ottima partecipazione la manifestazione contro la tratta delle schiave del sesso. Appena possibile saranno pubblicate le trascrizioni degli interventi alla tavola rotonda iniziale, coordinata dalla giornalista Camilla Ghedini, cui hanno partecipato il vice questore di Ferrara dott.ssa Pignataro, l’assessore del Comune di Ferrara Chiara Sapigni e l’avv. Laila Simoncelli, della Comunità Papa Giovanni XXIII. Il video della tavola rotonda può essere visualizzato qui.

Dopo la fiaccolata, sul piazzale della chiesa di S. Agostino, sono intervenuti il vice presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII Primo Lazzari e il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani.

Durante la serata è stata riproposta la sottoscrizione della proposta di legge per la punibilità dei clienti: fermare la domanda per fermare lo sfruttamento.

L’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio mons. Luigi Negri ha concluso la tavola rotonda con queste parole (testo non rivisto dall’autore):

«Ho piacere di intervenire, perchè siete tanti, e segnalate dunque un atteggiamento di attenzione alla realtà, perchè in fondo la cosa più grave della nostra società è che si può vivere lontani dalla realtà, senza rendersi conto di ciò che la realtà comporta.

Abbiamo visto, a fronte di un fenomeno di straordinaria violenza, potrei dire di efferatezza, con una diffusione terribile, abbiamo visto che si può cominciare a realizzare almeno una seria informazione, almeno individuare le linee di interventi che possano realizzare l’uscita almeno di alcune persone da questa situazione, con gesti che sono stati illustrati con molta competenza e che dicono che si può fare. Si può conoscere e si può fare: questi sono fattori fondamentali.

Però io che faccio di mestiere il vescovo devo intervenire a un livello che mi sembra non più importante, ma più radicale: come è messa in questione la nostra coscienza cristiana da questi avvenimenti, da questa spirale di violenza che si esercita nei confronti di persone deboli?

Io credo che occorre capire o recuperare un termine che è tornato in tutti gli interventi. Bisogna avere una chiara posizione culturale. Questi fenomeni non sono solo rubricabili come devianze. Sono anche questo. Ma che cosa sta alla radice di tutto questo? Una terribile deviazione culturale della nostra società, che non ritiene che ci sia più niente di sacro. Una società che guarda al rapporto uomo-donna, alla famiglia, ai figli, al lavoro come se fossero semplicemente dei bisogni ai quali reagire. Si è perso il senso del mistero della vita. L’altro è senz’altro qualcosa di misterioso. Non posso pretendere di utilizzarlo, non posso pretendere di renderlo oggetto, più o meno consapevole, delle mie voglie e dei miei desideri. E la parola desiderio è una delle più abusate, in un modo violento, perchè oggi è desiderio tutto. Le espressioni, gli impulsi anche deviati sono desideri per i quali si chiede il riconoscimento e la difesa da parte delle istituzioni. Dobbiamo renderci conto che si gioca, in questo fenomeno, una grande questione umana, una grande questione antropologica. Che tipo di uomo è quello che accetta queste cose? Che tipo di uomo è quello che guarda la realtà umana che lo circonda semplicemente come una serie di oggetti che può manipolare a suo piacimento? Che tipo di uomo è? È un tipo d’uomo che ritiene di essere il padrone del mondo, per dirlo con un termine efficacissimo di un grande romanzo che ho presentato in questi anni. Padrone del mondo vuol dire che tutto inizia con me, finisce con me, e che quello che io sento, voglio e intendo è vero, è reale. La vita umana anche nel passato era piena di errori morali; anche nel passato c’erano devianze di carattere morale, ma è l’imponenza della cosa che è terribile oggi. Ci hanno insegnato gli storici medievali che le prostitute di Parigi, che erano una specie di consorteria, hanno eretto due guglie nella cattedrale di Notre-Dame a spese loro. Significa che c’erano sicuramente delle devianze morali, ma che non scalfivano un tessuto sano, perchè era un tessuto religioso. La prima cosa che i cristiani devono fare è di recuperare con forza la nostra identità culturale, il tipo di concezione dell’uomo che abbiamo, il tipo di concezione dei rapporti, ciò che ci impedisce di violare le persone in qualsiasi modo, o di pensare che le persone siano semplicemente un oggetto delle nostre manipolazioni. Questa è la sfida, una sfida grande. Il fenomeno è di proporzioni enormi, terribile, pervasivo, ma di fronte a questo non dobbiamo semplicemente farci spaventare, e neanche pensare che sia sufficiente un tipo di intervento, che è assolutamente necessario,ma che risulterebbe sempre parziale. Noi dobbiamo pensare di scanrdinare la logica dissacratoria con cui vive l’uomo in questa nostra società.

Noi riproponiamo questa concezione sacra della vita. Questa sera voi la riproponete davanti a tutti. La la camminata è un modo per dire (alle prostitute): noi noi vi guardiamo così, nessuno di noi può guardarvi così. Non avremo magari il coraggio, suggerito nell’ultimo intervento, di andare in strada vicino alle ragazze a presentarci ai clienti (ma spero che qualcuno o presto o tardi si decida a fare anche questi gesti), ma già stasera camminando lungo le strade in cui tutti i giorni patiscono tanta violenza è dire a loro ‘siamo un’altra cosa nella società, vorremmo parteciparvi questo respiro buono e positivo, questo respiro che fa guardare l’altro sempre come un fine e mai come un mezzo’. E non è un padre della chiesa che dice questo, ma Immanuel Kant, la persona più laica che ci sia nella storia della nostra cultura. Noi dobbiamo dare testimonianza che per noi tutte le persone, in qualsiasi situazioni si trovino, sono sacre, e dobbiamo avvicinarle dicendo: vi trattiamo in un modo diverso, vogliamo che entriate nella nostra vita come una parte viva e vera della nostra vita. Cioè la carità. Una chiesa che è sfidata da un mondo strutturalmente malvagio risponde con la carità, dicendo che questo modo di concepire le cose e la vita è sbagliato, falso, negativo. Noi non abbiamo una alternativa che sia una ricetta, ma l’esperienza della vita nuova della fede e della carità che ne scaturisce.

Da ultimo (e se il cammino cristiano non arriva a questo rimane impacciato) tenete presente che dobbiamo guardare a tutti gli uomini e tutte le donne, quelle in difficoltà, quelle sottoposte a queste violenze come le persone normali, come destinatari di una evangelizzazione. Per carità, non fermiamoci, noi cristiani, esclusivamente alla soluzione dei problemi più imponenti. Certo, quanto più li affronteremo confrontandoci con professionalità e competenza come è stato testimoniato questa sera, tanto meglio sarà per la società. Però noi nella nostra società vogliamo fare un annunzio, portare nella vita di tutti quelli che incontriamo l’annunzio che il Signore è risorto e abita in mezzo a noi, e che su questo si può cominciare a costruire rapporti nuovi nel piccolo, nella famiglia, nei gruppi degli amici, creando delle piccole oasi di vita nuova. Lo diceva bene Benedetto XVI: la vita cristiana è una vita vera e bella, bella perchè è vera. Ma se la verità non finisce nella bellezza non è una verità autentica».