Salverete la vostra vita

Commento al Vangelo del 13 novembre 2016.

A volte il Signore è proprio destabilizzante. Come quella volta, nel cortile del grandioso tempio di Gerusalemme, mentre la gente rimaneva ammirata per la bellezza dell’architettura edificata in quarantasei anni da Erode per il culto degli ebrei. Gesù non si unisce al coro di stupore, ma se ne esce con un bel «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (vedi Lc 21,5-19). Pensiamo se sentissimo la stessa cosa quando siamo davanti alla basilica di S. Pietro a Roma…

Il tempio avrà una fine, e la storia avrà una fine, e la nostra stessa personale vita terrena avrà una fine. Non sappiamo quando sarà, e Gesù non si preoccupa minimamente di dirci la data. Gli preme dirci come si sta dentro la storia. Lo dice con una serenità impressionante, con una sicurezza che fa invidia. Non si nasconde dietro un dito. Sa benissimo che la storia è piena di cose destabilizzanti, terribili, che generano in noi paura e insicurezza: guerre a non finire, disastri naturali e malattie, persecuzioni contro i cristiani. Capitavano allora, càpitano oggi. Gesù non si riferisce a un terremoto particolare, o a una particolare guerra o persecuzione. Gesù parla di tutte le situazioni difficili che ogni cristiano, ogni uomo, deve affrontare. Dentro a queste cose, dice: «non vi terrorizzate!». Ma come si fa a stare così sereni davanti all’odio degli altri o alla possibilità della morte, naturale o violenta che sia? Come si fa ad essere forti come Lui nella sua passione?

Gesù dice due cose che dobbiamo notare bene. Anzitutto che «nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». E certamente non si può riferire semplicemente alla esistenza terrena del nostro corpo, della nostra persona. Sposta la nostra considerazione sulla consistenza e la qualità della nostra vita personale. Da una parte la morte sembra segnare la fine di tutto, dall’altra Gesù ci dice che nulla di noi andrà perduto. Vuol dire che la nostra persona è più forte della morte, nonostante le apparenze contrarie. Che la ‘vita’ non coincide semplicemente con l’esistenza terrena. Che siamo nelle mani di Qualcuno che è più forte della morte. Siamo nelle mani di Dio Padre che ci ha creato e che ci ha redento con la morte e risurrezione del suo Figlio. Se guardiamo a Gesù nella sua passione e nella sua morte, scopriamo che il suo segreto è di essere e di sentirsi unito al Padre della Vita, al Padre che gli comunica continuamente una Vita indefettibile. Questa Vita è comunicata anche a noi: ne abbiamo la certezza nel Battesimo. Questa Vita consiste in una relazione d’amore che la morte del nostro corpo non può interrompere, una relazione con Chi suscita in noi il bene e si ricorda per sempre del bene che abbiamo vissuto.

L’altra frase importante di Gesù è questa: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». Il dono d’amore di Dio è sicuro e stabile. Ciò che può essere variabile è la nostra risposta, la nostra fedeltà, specie se minacciata dalle difficoltà e dalle paure. Il richiamo alla perseveranza è importante perché manifesta la fiducia di Gesù in ciascuno di noi: assieme a Lui e allo Spirito Santo che dimora in noi, è veramente possibile vivere con responsabilità e libertà in questo mondo, serenamente occupati ad amare Dio e gli altri, càpiti quel che càpiti.

Insomma, dovremmo cambiare il linguaggio. Dovremmo smettere di dire ‘Dio mi ha salvato la vita’ pensando solo a quando guariamo da una malattia o ce la caviamo in un incidente: e chi non la scampa? E chi non guarisce? Forse non è salvato da Dio? Se Gesù si è ficcato nella morte ed è risorto, vuol dire che la Vita e la Salvezza in senso pieno sono solo dopo la morte. E tutte le esperienze di bene che facciamo prima sono un dono, una anticipazione di quel dono definitivo che è la risurrezione della carne, che noi attendiamo vivendo con perseveranza.