Occhio: la Parola ac-cade!

Commento al Vangelo del 6 dicembre 2015.

Giovanni Battista è sempre nostro compagno di viaggio nel tempo di Avvento. Un viaggiatore, Giovanni. Che ci insegna a preparare la via del Signore. Ha capito che Dio è in viaggio, in cammino. Che il Signore viene dentro alla storia del mondo e dentro alla nostra storia personale.

La storia vera? Quanto alla storia del mondo, l’evangelista Luca l’ha ben presente, narrando dell’apparire della Parola sulla scena della storia (3,1-6). Chi sono i protagonisti della vita del mondo? Nelle cronache risultano grandi nomi. L’imperatore della potente Roma, Tiberio Cesare. Il rappresentante del potere imperiale in Giudea, Ponzio Pilato. I capi delle zone in cui era stato suddiviso il regno di Erode il Grande: un altro Erode, Filippo, Lisania. Eppoi nelle cronache c’è traccia del potere religioso: i sommi sacerdoti Anna e Caifa…

Andare nel deserto. Ma Dio non entra direttamente in questa storia. Il suo cammino non è anzitutto nella città, luogo del potere pieno di violenza, di oppressione, di sfruttamento. Anche se in città ci vuole certamente arrivare, Dio parte piuttosto dal deserto. Mentre i riflettori sono puntati sulla città, Dio fa le cose nel silenzio e nella solitudine del deserto. È lì che «la parola di Dio venne su Giovanni». Dovremmo dire «cadde», o meglio ancora «accadde». La Parola è un avvenimento, qualche cosa che succede. È un incontro, è il venire improvviso e nuovo di Dio dentro alla vita di Giovanni Battista. Questo è possibile solo nel deserto.

E noi ci dobbiamo andare, nel deserto, se vogliamo che la Parola ‘accada’ anche a noi. Se vogliamo che il Figlio di Dio ci incontri e faccia succedere qualche cosa di sensato nella nostra vita. Se non viviamo il Natale nel deserto, temo che il Natale passerà senza lasciare il segno nella nostra vita. Avremo solo speso dei soldi in regali, ci saremo solo riempiti la pancia di un buon pranzetto, e forse ci saremo messi un po’ a posto la coscienza dicendo che per Natale dobbiamo essere più buoni.

E nel tempo di Avvento la Chiesa ci educa a ritornare nel deserto. A «non appesantire il nostro cuore in dissipazioni ubriachezze e affanni». Ad essere sobri ed essenziali. Non per il gusto di una vuota esercitazione morale. Sarebbe insopportabile. Ma per fare spazio nel cuore, per fare spazio nella testa. A questo serve dedicare una attenzione più dilatata al silenzio: per il colloquio con Dio.

Preparare la via. Che bisogna «preparare la via del Signore» lo diceva già Isaia molti secoli prima del Battista. E quella di Giovanni è proprio la «Voce di uno che grida nel deserto». Dove pare che nessuno ascolti. Assurdo. Eppure Giovanni, ormai afferrato dalla Parola che ha camminato verso di lui, si mette in cammino e percorre in lungo e in largo la regione del Giordano, invitando con semplicità e coraggio la gente a convertirsi, a lavarsi dal peccato, a smetterla di fare il male. Perché il Signore viene. È un re per il quale bisogna asfaltare bene le strade.

Ancora, il cuore da sistemare. La simbologia della strada da mettere a posto è molto interessante. La possiamo leggere anzitutto sul piano personale. Se il Signore vuole prendere dimora in me, unirsi a me in una comunione d’amore senza limiti, allora io devo fargli spazio. In realtà, è Lui che spiana in me la sua strada. Il mio impegno di conversione è una responsabile collaborazione con Lui che sa fare bene le cose. E mi aiuta a riempire i burroni, cioè i vuoti, le mancanze, i desideri insoddisfatti, il bisogno d’amore. È Lui che abbassa monti e colline, cioè l’orgoglio, la vanagloria, il cuore gonfio di me stesso. È Lui che drizza le vie tortuose e impervie, cioè le mie complicazioni, gli inganni, i sotterfugi, le menzogne.

Annunciare, denunciare, rinunciare. Ma la preparazione della via al Signore deve avvenire anche sul piano sociale, comunitario, civile. E anche qui, sia chiaro, il protagonista è Dio. Lo assicura oggi il profeta Baruc: «Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio» (cf. Bar 5,-9). Come ha fatto con il Battista, Dio ci incontra nel deserto e ci caccia in città. A rifare la città, cioè la convivenza umana delle famiglie, del quartiere, della nazione e, via via, del mondo intero. Ostacoli e tortuosità richiamano tutte le strutture di peccato che impediscono alle persone di andare verso il Signore e al Signore di venire. Dio le vuole scardinare coinvolgendo anche noi. Per denunciare il male dove c’è e prendere le distanze; per mettere il bene dove non c’è, giocandosi in prima persona e insieme; per dire di no alle frodi, alle ruberie, alla mancanza di trasparenza; per dire di sì alla condivisione, alla solidarietà, al farsi carico di chi è in difficoltà…

Insomma, è piuttosto pericoloso fare Natale nel deserto: rischi di sperimentare lucidamente che davvero Dio viene, e ti parla, e ti scuote, e non ti fa star tranquillo, e ti compromette nel servizio del Regno. Per qualcuno a Natale è meglio accontentarsi di panettone e spumante e qualche regalino.