Commento al Vangelo del 30 novembre 2025.
La voce del profeta Isaia ci invita ad alzare lo sguardo verso l’orizzonte ultimo del nostro cammino terreno e a desiderare il luogo dove il Signore vuole condurci. Siamo chiamati a «venire». Questa parola «venire» attraversa le letture del tempo dell’Avvento:
«Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe» (Is 2,3);
«Verrà come un ladro nella notte» (cfr. Mt 24,43s).
Si tratta di venire ad accogliere colui che arriva sempre in modo sorprendente e nell’ora in cui non lo aspettiamo. Nel Vangelo di Giovanni, questa è la risposta di Gesù ai primi due discepoli che gli pongono la domanda: «Dove dimori?»: «Venite e vedrete» (Gv 1,39)! È un invito a mettersi in cammino, a diventare a nostra volta discepoli lasciandoci istruire dalla Parola di Dio che è Gesù stesso, la Legge nuova. Il Signore ci invita a vegliare nell’attesa della venuta del Figlio dell’uomo per non farci cogliere di sorpresa ed il Vangelo di questa prima Domenica del Tempo di Avvento sottolinea il suo irrompere nel cuore della quotidianità: «non si accorsero di nulla » (Mt 24,39). «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (Mt 24,42). «Tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (Mt 24,44). Questa venuta si realizza già oggi, quando scopriamo che questa veglia è una veglia d’amore. È questo amore che ci tiene svegli e non la paura o un’osservanza esteriore. È un invito a passare da una fede osservante, rituale, a una fedeltà d’amore. Questa veglia d’amore è al centro della vocazione di ogni uomo. Vegliare significa aprirsi a un mondo interiore che ci supera e che raggiungiamo nella fede, nella speranza e nella carità: la presenza di Dio Trinità, Padre Figlio, Spirito Santo, comunione d’Amore. Vivere a questo livello profondo cambia lo sguardo, l’ascolto, il modo di relazionarsi. La grandezza dell’uomo, che lo distingue da tutti gli altri esseri viventi, consiste nell’essere chiamato a entrare in dialogo con Dio. Ciò presuppone il superamento dell’apparenza, dell’immediato, per scoprire la sua profondità e incontrare la presenza che ci abita e di cui siamo il vero santuario.