«Non può essere mio discepolo»

Commento al Vangelo del 4 settembre 2022.

Per tre volte Gesù oggi ripete queste parole nel vangelo che ci regala nella Messa (Lc 14,25-33). E così ci interpella, in modo insieme forte e dolce. Forte perché le sue parole sono davvero toste, dolce perché è pieno di desiderio. Sempre dobbiamo partire dal desiderio che la Trinità ha di volerci bene e della nostra risposta d’amore.

Fiocca una serie di domande importanti, specialmente in questo tempo difficile, nel quale la situazione economica, sociale e politica mette in crisi tante certezze: ma io voglio veramente essere discepolo di Gesù? Lo sto scegliendo di fatto come maestro? E se lo voglio, perché? Che cosa mi piace del Signore, della sua persona e della sua proposta? Perché lui e non altri? Che cosa mi dà lui che nessun altro mi può dare? Se queste domande non hanno una risposa positiva, le esigenze che il Signore pone non hanno senso, appaiono veramente esagerate e pretenziose e incomprensibili.

Quali sono queste esigenze? Gesù ne elenca tre, con parole che ci spiazzano.

La prima: «Se uno viene a me e non odia suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Ci colpisce quell’«odia» e ci sembra impossibile che sia uscito dalla bocca di Gesù. Gli esegeti ci insegnano che è un modo ebraico per dire ‘non mi ama più di quanto ami…’. In sostanza il Signore esige un amore preferenziale. Non si tratta di quantità di affetto o di pelle d’oca o di brividi giù per la schiena: si tratta di decidere di amare Lui come l’unico (con il Padre e lo Spirito) che ha originato la nostra vita, che si consegna a noi nella Pasqua, che ci dona una vita definitiva, che perdona radicalmente i nostri peccati. Padri e madri, mogli e figli e fratelli non riescono a far questo. Con tutto l’impegno e tutto l’affetto nessuno di loro ci ha creato ed è capace di tirarci fuori dalla tomba. Anzi, dobbiamo riconoscere che ogni persona che ci è accanto è proprio un dono di Dio, che ci vuole bene sempre attraverso qualcuno!

La seconda: «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». Gesù va al sodo. Niente specchietti per le allodole: sa bene che la nostra vita è fatta di passione e di morte, e che noi abbiamo bisogno di qualcuno che ce ne liberi. Il suo modo rivoluzionario per liberarci dalla sofferenza e dalla morte è di prendersele addosso: a questo allude con quel ‘prendere’ la croce. E per lui non sono solo parole: lo ha fatto davvero, diventando esperto di amore nella sofferenza, e vincitore della morte passandoci in mezzo. I discepoli di Gesù non vanno a cercarsi i dolori: bastano quelli che vengono dalla vita fragile e piena di conseguenze del peccato. I discepoli si lasciano aiutare dal Signore ad amare con pazienza e forza anche nelle situazioni difficili, con la certezza che l’ultima parola è la vita definitiva della risurrezione, acquistata da Lui a caro prezzo.

La terza: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Si capisce: davanti al dono così enorme della maturità di amore e della relazione meravigliosa che il Signore ci regala con lui e con i fratelli, impallidisce tutto il resto, e gli ‘averi’ trovano il loro posto, semplici strumenti in funzione dell’amore.

In questo tempo, dunque, pare che il Signore ci inviti di nuovo a puntare all’essenziale e a darci da fare per tessere una comunione fraterna che promuove davvero le nostre persone e ci apre ai fratelli più bisognosi.