«Noi verremo a lui…»

Commento al Vangelo del 22 maggio 2022.

Che succede al cristiano, che ama il Signore e dimostra l’amore osservando le sue parole e i suoi comandi? Succede che il Padre e Gesù vanno ad abitare in lui (Gv 14,23-29).  Gesù aveva detto: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Ora si capisce meglio la portata di quell’amore, che non è una elemosina, un semplice tendere la mano dall’esterno. È piuttosto l’instaurazione di un rapporto di comunione, di unità e di sintonia tra il discepolo e il Padre/Figlio. Dio abita in me. Dio abita nella comunità cristiana che ama. A colui che ama, Dio assicura la sua presenza, nell’intimità della sua persona. Dio abita veramente in mezzo al suo popolo. Non basta più il segno del tempio (cf Esodo 25,8: «Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro»), che già rispondeva alla promessa della Presenza (vedi Esodo 29,45 «Abiterò in mezzo agli Israeliti e sarò il loro Dio», o Levitico 26,11: «Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò»). Ora la presenza di Dio Padre e del Figlio suo è ancora più coinvolgente, perché è decisamente interiore. Richiede di compromettere la propria coscienza e la propria libertà con un solo scopo: amare. Non è così per chi non ama. Chi non ama non gode della intimità con il Signore, e non può nemmeno conoscere il messaggio di Gesù, che è lontano mille miglia dalle logiche del mondo, contrapposto ad esse, incomprensibile al di fuori dalla mentalità della comunione, dell’amore, del dono di sé fino alla morte.

Ci concentriamo un istante sulle parole del v. 27: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace». Non è un semplice ‘buonasera’, anche se era un saluto tipico nella Bibbia (vedi 1Samuele 1,17, o 20,42). E nemmeno è un augurio di tranquillità per i giorni del dramma incipiente della passione. È, piuttosto, una solenne affermazione di un dono. Il Risorto (lo troviamo per tre volte in Gv 20,19 e 21 e 26) si presenta, vivo, ai discepoli donando la pace. In questa espressione dobbiamo vedere la pienezza della salvezza definitiva di Dio, che comprende tutti i beni promessi da Dio. Ezechiele la definisce come stabilità e fecondità, derivante dal dimorare di Dio in mezzo suo popolo (Ez 37,26). Isaia ne parla come annuncio felice del regnare di Dio (Is 52,7). Altre fonti di pace non ci sono. Niente da fare: il mondo non è capace di una roba del genere, perché chiuso alla luce del Verbo (Gv 1,10). Gli uomini e le donne che hanno accolto il Signore, lo amano e si amano tra di loro, diventano un segno visibile, nel mondo, della pace che Dio dona in Gesù Cristo presente perché risorto. Non si dice come operare per questa pace. Se ne indica, però, chiaramente l’origine: ciò mette in guardia da un operare per la pace sganciato dall’intimità con Dio che cambia il cuore.

Infine, Gesù torna sul tema del suo «andare» e «venire», chiedendo ai discepoli di rallegrarsi. Li invita così a considerare il fine di tutto ciò, che è la volontà di salvezza e di gioia da parte di Dio Padre. Gesù va proprio a preparare un posto (Gv 14,2) per suoi. Va dal Padre che è «più grande di me»: che significa? Qui Gesù riconosce che tutto viene dal Padre, anche la missione e la glorificazione del Figlio, che pure gli è uguale in pienezza di vita (Gv 5,26), in divinità (Gv 1,1) e in gloria (Gv 17,5).