Sicilia. 9 agosto 2017

La giornata inizia prestissimo. Vediamo le luci dell’alba dalle finestre del gate 15, all’aeroporto di Bologna. Il volo è puntuale e tranquillo, tra il sole che s’alza ad est e la luna ancora alta e tonda nel cielo ad ovest. La Sicilia ci si presenta nella luce del mattino già come un forte contrasto: la bellezza blu del mare è accolta dalla terra brulla e agitata di antiche montagne, di golfi e insenature imprevedibili.

La mattinata se ne va tra il noleggio degli automezzi e l’arrivo Terrasini; don Davide viene ad accoglierci calorosamente e a sistemarci nei locali adiacenti alla chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, nel centro del borgo marittimo, intricato di vie e viuzze.

Alla spiaggetta Praiola ci andiamo quasi subito, a rinfrescarci con una nuotata nelle acque limpide e tranquille del mare siciliano, circondate in questa cala da dirupi che mostrano la storia antica delle rocce sedimentarie, mentre continuiamo a prendere le misure per i rapporti tra noi, anche seduti attorno ai tavolini del chiosco della signora Lia, sul caldo e appena ventilato lungomare.

A metà pomeriggio arriva Giovanna, la giovane presidente AC di Monreale, con Chiara, responsabile del MSAC locale. Gioiosamente e simpaticamente ci si presenta e subito si parte per Capaci. Accanto all’autostrada, nel giardino della memoria della strage in cui perse la vita Giovanni Falcone con la moglie e alcuni uomini della scorta, è la stessa Giovanna ad introduci alla Sicilia, fatta di frammenti e di contrasti, che non bisogna pretendere di capire subito. Ci parla delle stragi del ’92 soprattutto per dire come quegli eventi provocarono (lei era appena ragazzina) un cambiamento di rotta nella consapevolezza della società civile siciliana nei confronti della mafia. Una svolta importante che ha portato molta gente ad avere il coraggio di scendere in piazza, di dissociarsi, di prendere posizione positivamente con un sacco di iniziative per vivere una esperienza di partecipazione e di responsabilità per il bene della società, dei figli, dei giovani.

Arriva Antonio. È un cinquantenne che abita qui. Ci dona la sua testimonianza vivace e partecipata e commovente. Una testimonianza non raccontata dai giornali, che dice cose che altri non direbbero. Un testimone disincantato, pronto a rendere ragione davanti a qualsiasi autorità. Impegnato a raccontare, specie negli ultimi anni, a più persone possibili quel che successe il 23 maggio del ’93 e quel che successe dopo, nella incredibile storia di ricerca dei responsabili e di reazione della gente. Lui era lì pochi istanti dopo l’esplosione. Scattò foto che vennero subito requisite da chissachì. Foto, ci dice, che probabilmente mostravano qualcosa o qualcuno che non doveva essere lì. E ci raccontala frustrazione di vedere come quel che lui ha da dire interessa un sacco di gente, ma non quelli che dovrebbero darsi da fare per chiarire le cose. E ci spiega con molta sicurezza che già dopo un’ora dall’attentato, la gente del posto sapeva chi erano i manovali e forse anche i mandanti. E che una roba del genere non poteva esser stata organizzata (per le dimensioni dell’esplosione e per la tecnologia richiesta) dai soli uomini di mafia, ma solo con il concorso di chi poteva procurare e far funzionare robe del genere. Parla tranquillamente di servizi segreti, di una strage ‘politicomafiosa’.

‘No Mafia’: la scritta campeggia su un edificio bianco alle pendici della collina che sovrasta la piana e il mare di Capaci. Ci andiamo con Antonio, che l’ha dipinta col ducotone la sera stessa della strage, a vedere il masso da cui fu azionato il comando, dopo mesi di minuziose prove.

Il sole s’abbassa all’orizzonte, illuminando in modo abbagliante il mare, e si spegne a poco a poco, accendendo la torrida foschia che ci avvolge. Lasciamo quest’uomo un po’ chiacchierone, ma molto profondo e toccante, serenamente e decisamente impegnato a dedicare il tempo che gli rimane da vivere a raccontare e provocare, a tessere legami buoni e spesso imprevisti con chi è coinvolto in questa storia, sperando che il lievito fermenti, specie a partire dai ragazzi e dai giovani con i quali spesso gli capita di parlare e che vivono in un contesto (specie scolastico) di maggiore chiarezza sull’educazione ad essere cittadini liberi e impegnati.

La serata continua con il trasferimento a Trappeto, un piccolo borgo sul mare a sud di Cinisi. Assieme a Giovanna e Chiara conosciamo anche Agata, che è di lì e cena con noi a pesce (buono come a Comacchio) sull’umido e afoso lungomare.