Accogliamo il Vescovo Gian Carlo

Sabato 3 giugno, alle 17 in Cattedrale, mons. Gian Carlo Perego inizierà solennemente il suo ministero episcopale nella Chiesa di Ferrara-Comacchio.

Ecco la locandina, con i primi appuntamenti di mons. Perego in Diocesi.

Manifesto ingresso Arcivescovo

Durante il mese di maggio (recitando il Rosario il lunedì sera in diversi punti del quartiere) abbiamo pregato per il nuovo Vescovo e abbiamo riflettuto sul ministero episcopale, aiutati da alcuni testi di S. Agostino:

Sant’Agostino, NELL’ANNIVERSARIO DELLA SUA ORDINAZIONE (Disc. 340)

Il Signore aiuta a portare il peso del ministero episcopale. Il vescovo è preposto ai cristiani, e da cristiano è compagno di servizio.

1. Da quando è stato posto questo carico sulle mie spalle – e di cui si dà un rigoroso rendiconto – la preoccupazione della mia dignità mi tiene veramente in ansia continua; nondimeno, mi procura molto più turbamento riflettere su questo oneroso incarico quando me lo ripresenta il giorno anniversario che attualizza quella data, al punto che, ciò che un tempo ho ricevuto lo porto come se debba comparire oggi a riceverlo. Ma, in questo servizio, che cosa si teme tanto se non il rischio che ci torni più gradito ciò che la nostra dignità comporta di pericolo, piuttosto che quanto è utile alla vostra salvezza? Che io abbia perciò l’aiuto delle vostre preghiere così che si degni di portare con me il mio peso Colui che non disdegna di portare me stesso. Quando chiedete questo nella preghiera, pregate anche per noi: infatti, questo mio peso di cui vi sto parlando che altro è se non voi stessi? Chiedetene per me le forze, così come io prego che voi non siate gravosi. In verità il Signore Gesù non direbbe “mio peso” (Cf. Mt 11, 30) se non lo sostenesse con chi lo porta. Sorreggetemi però anche voi in modo che, secondo il precetto dell’Apostolo, portiamo l’un l’altro i nostri pesi e così adempiamo la legge di Cristo (Cf. Gal 6, 2). Se egli non condivide il nostro peso, ne restiamo schiacciati; se egli non porta noi, finiamo per morire. Nel momento in cui mi dà timore l’essere per voi, mi consola il fatto di essere con voi. Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell’incarico ricevuto, questo della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza. Infine, quasi trovandoci in alto mare, siamo sballottati dalla tempesta di quell’attività: ma ricordandoci che siamo stati redenti dal sangue di lui, con la serenità di questo pensiero, entriamo nel porto della sicurezza; e, nella grazia che ci è comune, troviamo riposo dall’affaticarci in questo personale ufficio. Pertanto, se mi compiaccio di essere stato riscattato con voi più del fatto di essere a voi preposto, allora, secondo il comando del Signore, sarò più efficacemente vostro servo, per non essere ingrato quanto al prezzo per cui ho meritato di essere servo con voi.

Gratuita la fatica del Pastore, giusta la sua mercede.

2. Sì, devo amare colui che mi ha redento, e conosco quello che ha detto a Pietro: Pietro, mi ami tu? Pasci le mie pecore (Gv 21, 17). Questo una volta, questo una seconda volta, questo una terza volta. Veniva interpellato l’amore, veniva imposta la fatica: infatti, dove è più amore, là è minor fatica. Cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? (Sal 115, 12). Se dirò che rendo col pascere le sue pecore, anche a fare questo sono non io, ma la grazia di Dio che è con me (1 Cor 15, 10.). Come potrò avere il ruolo di chi rende, dal momento che sono prevenuto in ogni senso? Pur tuttavia, poiché il nostro amore è disinteressato, in quanto sono sue le pecorelle che pascoliamo, noi chiediamo la mercede. Come avverrà questo? Come si realizza l’accordo fra “amo senza mercede per essere pastore” e “richiedo la mercede perché sono pastore”? In nessun modo sarebbe possibile questo, in nessun modo ci sarebbe richiesta di mercede da parte di chi ama disinteressatamente, se la mercede non fosse proprio colui che si ama. Infatti, se pascere le sue pecore è quello che rendiamo per il fatto che ci ha redenti, che cosa rendiamo proprio perché ha fatto di noi dei pastori? Appunto per nostra malizia siamo cattivi pastori – e ciò sia lungi da noi -, ma l’essere buoni pastori, e questo ci viene da lui, ci è possibile soltanto per la sua grazia.

Preghiera ed obbedienza: l’aiuto che si dà al Vescovo.

3. Di conseguenza, fratelli miei, anche a voi, esortandovi prescriviamo di non accogliere invano la grazia di Dio (2 Cor 6, 1). Rendete fecondo il nostro ministero: Voi siete il campo di Dio (1 Cor 3, 9); all’esterno, accogliete chi pianta e chi irriga, all’interno, colui che dà il crescere (Cf. 1 Cor 3, 6). Correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli (Cf. 1 Ts 5, 14), confutate gli oppositori, tenete lontani i maligni, istruite gli ignoranti, stimolate i negligenti, frenate i litigiosi, moderate gli ambiziosi, incoraggiate gli sfiduciati, pacificate i contendenti, aiutate i bisognosi, liberate gli oppressi, mostrate approvazione ai buoni, tollerate i cattivi, amate tutti. In questa impegnativa attività così molteplice e differenziata in disparate faccende, aiutateci con la preghiera e l’obbedienza, così da procurarci piacere non tanto in presiedere quanto in giovare.

Reciproco l’impegno nella preghiera tra il vescovo e i fedeli. Esortazione a mutar vita.

4. Infatti, come conviene a noi di essere scrupolosamente solleciti a pregare la misericordia di Dio per la vostra salvezza, così è opportuno che anche voi siate intenti a pregare il Signore per noi. Né dobbiamo trovare sconveniente quel che sappiamo abbia fatto l’Apostolo; infatti, desiderava talmente di essere ricordato al Signore nelle preghiere, da supplicare egli stesso tutto il popolo con le parole: Pregate per noi (2 Ts 3, 1). E lo dobbiamo dire appunto perché quanto vale a nostra personale esortazione possa essere utile anche a voi. Evidentemente, come noi dobbiamo riflettere con grande timore e apprensione in qual maniera poter adempiere senza biasimo l’ufficio pontificale, così anche voi dovete studiarvi di avere umile obbedienza in riferimento a tutte le cose che vi siano state prescritte. Di conseguenza, preghiamo insieme, dilettissimi, perché il mio episcopato giovi a me ed a voi: a me infatti gioverà se dirò le cose che si devono fare; gioverà a voi, purché mettiate in pratica quanto ascoltate. D’altra parte, se avremo pregato di continuo noi per voi e voi per noi, con perfetto slancio di carità, con l’aiuto dei Signore, raggiungeremo felicemente la beatitudine eterna. Che si degni concederla egli che vive e regna per i secoli dei secoli. Amen.

Sant’Agostino, I Pastori (Commento a Ezechiele 34,1-16, Disc. 46)

Non mancheranno mai i buoni pastori.

30. In questo passo trovo che nell’unico pastore ci sono tutti i pastori buoni. Non è infatti vero che manchino i buoni pastori: essi si trovano nell’unico pastore. Gli altri, essendo divisi, sono in molti; fra noi si predica che uno è il pastore come affermazione di unità. Che se si omette di parlare dei diversi pastori per menzionare l’unico pastore, non lo si fa perché il Signore non abbia trovato a chi affidare le sue pecore. Le affidò un tempo quando trovò Pietro; ma nella scelta stessa di Pietro inculcò l’unità. Gli Apostoli erano molti, eppure fu detto ad uno solo: Pasci le mie pecore (Gv 21,27). Lungi da noi il pensiero che adesso manchino i buoni pastori! Dio non voglia che ne rimaniamo privi! Lungi da noi il pensiero che la misericordia divina abbia smesso di generarli e d’investirli della loro missione! In realtà, se ci sono buone pecore debbono esserci anche buoni pastori: i buoni pastori infatti nascono in mezzo a buone pecore. Tuttavia i buoni pastori sono tutti nell’unità, sono una cosa sola. In essi che pascolano, è Cristo che pascola. Non fanno risuonare la loro voce, gli amici dello sposo, ma si rallegrano quand’odono la voce dello sposo (cf. Gv 3,29). Quando pascono loro è Cristo che pasce, e per questo può dire: Io pasco, in quanto in loro c’è la sua voce e la sua carità. Riandiamo a Pietro. Nell’atto di affidare a lui, come a persona distinta, le proprie pecore, Cristo volle immedesimarlo con sé, sicché, consegnando a lui le pecore, il Signore restasse sempre il capo e Pietro rappresentasse il corpo, cioè la Chiesa, e tutt’e due, come lo sposo e la sposa, fossero due in una sola carne (cf Mt 19,5). A tal fine (cioè per non affidare come ad un estraneo le proprie pecore) cosa gli chiede prima di consegnargliele? Pietro, mi ami tu? E Pietro: Sì, ti amo. E di nuovo: Mi ami tu? E Pietro: Sì, ti amo. E per la terza volta: Mi ami tu? E Pietro: Sì, ti amo (Gv 21,15-17)). Gli conferma l’amore per rinsaldare l’unità. In simili pastori pasce dunque l’unico pastore, essendo tutti nell’unità: per cui dei pastori [buoni] non si fa menzione [nella profezia], pur non omettendosi di parlarne. Se tali pastori si gloriano di qualcosa, ricordano che chi si gloria si glori nel Signore (2Cor 10,17) Ecco cosa significa pascere Cristo, per Cristo e in Cristo, e non voler pascere per sé escludendo Cristo. Non è infatti in riferimento alla scarsità dei pastori che il profeta dice: Io stesso pascerò le mie pecore (Ez 34,15) (cioè: Non ho a chi affidarle), quasi che preannunzi per l’avvenire simili tempi disgraziati. Anche al tempo di Pietro, anche quando erano al mondo gli Apostoli (cioè quando vivevano su questa terra), disse quell’uno nel quale tutti si forma una unità: Ho delle pecore che non sono di questo gregge, e bisogna che io le conduca [all’ovile], perché uno sia il gregge e uno il pastore (Gv 10,16). Che tutti i pastori siano dunque nell’unico pastore ed emettano l’unica sua voce, in modo che le pecore ascoltino quest’unica voce e seguano il loro pastore! Non questo o quello, ma l’unico. E in lui parlino tutti un unico linguaggio; non abbiano voci discordanti. Vi scongiuro, fratelli! Abbiate tutti lo stesso sentire, né siano scismi tra voi! (1Cor 10,10). Ecco la voce limpida, purificata da ogni scisma e da ogni eresia, che le pecore debbono ascoltare, seguendo il loro pastore che dice: Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono (Gv 10,27).