Stolti e lenti di cuore

Commento al Vangelo del 30 aprile 2017.

«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!» (Lc 24,13-35). Quanta dolcezza, quanta passione, quanto desiderio in queste parole del Signore risorto, rivolte a tutti noi. E quanta chiarezza! Per lui, il risorto, è ovvio che i profeti avevano parlato di Lui. Di Lui e della sua Pasqua. Lui, il Cristo che, per entrare nella sua gloria doveva passare attraverso la passione. Viene da chiedersi come mai in Gesù questa cosa è così semplicemente chiara e noi facciamo così fatica! Fatica a fidarci delle Scritture e ad amarle come Parola di Dio per noi: le guardiamo talvolta con sospetto, perché sono difficili, o perché noi dobbiamo essere ‘critici’, o perché leggiamo ma non ascoltiamo. Stolti e lenti di cuore… Eppoi fatica ad ammettere che la gloria si raggiunge attraversando la sofferenza: per la nostra sapienza appare ingiusto, per la nostra intelligenza risulta impossibile, per la nostra immagine (diabolica) di Dio risulta inaccettabile. Scivoliamo facilmente nella stoltezza di ritenere che la sofferenza venga da un Dio che si diverte capricciosamente alle nostre spalle e ci obbliga a vivere la sofferenza…

Ma per Gesù non c’è fatica. Perché Lui ha veramente le idee chiare. Non è né stolto né lento di cuore. Conosce il Padre e i suoi progetti. Sa che il Padre non desidera altro che la salvezza. Sa che dal Padre non esce una virgola di male, e che il male viene fuori dalla nostra condizione di peccato e dalle nostre scelte sbagliate. Sa che sulla croce non c’è andato per colpa del Padre, ma per colpa nostra Sa che noi avevamo bisogno che il Suo amore per noi si manifestasse nel perdono certo dei nostri peccati, nella accoglienza radicale della nostra persona (e di ogni persona umana), nella capacità di resistere nella sofferenza e nella morte. Ci rivela, Gesù, che il nostro bisogno è preceduto dalla passione e dalla compassione del Padre, il quale non si lascia battere da nessuno nell’amore.

Stolti e lenti di cuore: così ci dobbiamo sentire quando con i nostri poveri ragionamenti disprezziamo Dio, ci ergiamo a suoi giudici, ci lamentiamo che non fa nulla per noi. Come facevano Cleopa e il suo amico, delusi e arrabbiati sulla strada del ritorno, di-sperati dopo l’illusione di pochi giorni prima.

E Gesù che fa? Che ha fatto allora? Che sta facendo oggi? Anzitutto si fa compagno di viaggio. Non abbaglia con l’onnipotenza mostrata nella risurrezione (venire fuori dal sepolcro, contraddicendo tutte le leggi della natura, è roba che solo chi ha stabilito quelle leggi può sperimentare: la risurrezione è una nuova creazione!), si affianca, ascolta, lascia sfogare…

Gesù si fa maestro. Senza mostrare il diploma o la laurea. Non ha bisogno di anteporre distintivi. Lui pone semplicemente la sua Parola autorevole, che fa ardere il cuore. È questo il suo distintivo: dire Parole vere, che si mischiano tra le mille nostre parole stolte e accendono scintille, e poi fuochi sempre più ardenti, di consolazione. A patto che ci mettiamo almeno un poco ad ascoltare con calma e a discernere tra le parole che navigano confusamente nelle nostre teste e i sentimenti che si intrecciano nei nostri cuori.

Gesù, poi, si fa delicatamente ospite. Senza imporsi. Fa finta di voler andare oltre, ma è chiaro che muore dalla voglia di entrare in quella casa di Emmaus e farsi accogliere dai suoi due discepoli. È in questa ospitalità che finalmente nasce la fede. O meglio, che Gesù può far nascere la fede, sempre e comunque dono suo, dono che senz’ombra di dubbio lui vuole suscitare in tutti. È nell’apertura intima a Lui, e cioè nella esperienza di amore accogliente ed accolto, che si verifica, si rende vera la fede, si aprono gli occhi, ci si accorge della stoltezza perdonata e ci si spalanca, finalmente, alla sapienza del Padre.

Ed è nella testimonianza della Chiesa che il Signore si conferma come ospite gradito e consolante: «Davvero il Signore è risorto, ed è apparso a Simone» si sentono dire i due di Emmaus prima ancora di raccontare la loro esperienza. Un tripudio di gioia finalmente liberata e condivisa. La gioia che viene dalla certezza che il Signore è risorto, vive con noi, ci parla, si fa nostro ospite. Di più: si fa nostro cibo.