Esercizi spirituali 3: la preghiera dei poveri

don Francesco Viali

(Appunti non rivisti dall’autore)

  1. I poveri come ponte tra l’AT e il NT

Lc 4,18-21

18Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
19a proclamare l’anno di grazia del Signore.
20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Solitamente in Sinagoga si leggeva un testo del Pentateuco. Gesù deroga a questa consuetudine, prende Isaia e lo applica a sè, come per rispondere alla domanda del Battista: ‘sei tu o dobbiamo aspettare un altro?’.

Gesù riassume le promesse dei profeti e riassume tutto il suo ministero: portare speranza ai poveri e ai miseri.

Non pensiamo solo alle persone che mancano di risorse. Chi sono i poveri privilegiati da Gesù?

Vedi Evangelii Gaudium 48: la Chiesa deve privilegiare oggi e sempre i poveri come destinatari del vangelo. Esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.

Dobbiamo lasciarci evangelizzare dai poveri!

2. La concezione della povertà nell’AT

Si incontrano un sacco di poveri nell’AT, ed è una particolarità della storia di Israele. E c’è una maturazione nell’idea di povero nell’arco della narrazione.

In un primo momento ai poveri si guarda in modo negativo. La ricchezza viene esaltata assieme alla fecondità, alla salute come segni dell’amore di Dio.

Durante l’esodo non vengono citati espressamente ricchi e poveri. Il termine povero viene riferito all’intero popolo di Israele che si trova in situazione di disagio. Il termine ricco è attribuito alla terra promessa, destinata a tutto il popolo.

Nei libri sapienziali troviamo riflessioni che derivano dall’esperienza quotidiana, da cui si traggono valutazioni etiche e spirituali: la povertà è vista ancora in modo piuttosto negativo, come qualcosa che si può evitare, che è legata alla pigrizia…

Pro 14,20: ‘il povero è odioso anche al suo amico, numerosi sono gli amici del ricco…’

Pro 10,4: ‘la mano pigra fa impoverire, la mano operosa arricchisce’

Giobbe è uno sviluppo importante. È il giusto, l’amico di Dio che improvvisamente si trova povero di tutto: senza beni, senza figli, senza salute… Per alcuni ci sarebbe stata una colpa da lui commessa. Ma attraverso la sua esperienza Giobbe impara ad abbandonarsi alla provvidenza e ad avere fede e speranza.

Nei profeti si accenna ai pericoli della ricchezza. E c’è un cambiamento di valutazione della povertà: la ricchezza non è vista in senso positivo come in passato, ma è letta in modo più critico. La ricchezza può venire da uno stile di vita ingiusto, che dimentica l’alleanza. E c’è un appoggio alla condizione dei poveri.

In alcuni salmi la ricchezza viene letta come un dono, ma in altri c’è una lettura più spirituale della povertà, unita alla preghiera. Il povero è colui che sa affidarsi a Dio, che rivolge le sue attese a Dio.

La povertà non è mai un bene in se stessa, ma il povero diventa il simbolo dell’uomo che sa avere fede, che sa confidare nel Signore. Dio viene considerato dal povero come il salvatore, come il liberatore.

È l’esperienza dell’esilio che è stata determinante: l’esiliato è senza beni, senza sicurezza… Tutto il popolo di Israele è considerato tanto più povero, quanto più è unito al Signore. Il povero non scende a compromessi con gli empi, e si mantiene fedele.

Il povero è il prototipo di colui che vive il rapporto con il Signore e con gli altri.

I poveri sono coloro che sanno inchinarsi, che sanno dimostrare la propria umiltà fidandosi del Signore. È una scelta spirituale, interiore. I poveri di YHWH hanno capito che la comunione con il Signore è il bene più prezioso. In essa ogni uomo scopre la vera libertà. Per i poveri il male è la perdita della comunione/relazione con il Signore.

I poveri di YHWH non sono dunque solo i non abbienti, ma quelli che cercano il Signore. Cf. Sof 2,3:

3Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore.

3. La povertà alla luce del NT

Simeone e Anna (Lc 2) ci insegnano la preghiera dei poveri, di coloro che aspettano la redenzione, che sanno confidare nel Signore. Sono poveri perché abbandonati alla presenza di Dio, in sospeso tra l’attesa e il compimento. Rappresentano Israele che attende il compimento delle promesse.

Simeone è come un nonno che si lascia guidare dallo Spirito, il quale gli aveva rivelato che non sarebbe morto prima di vedere il Messia. Prende Gesù in braccio e fa la preghiera del povero, che loda il Signore sotto l’impulso dello Spirito.

Anna si ritrova a vivere la sua esperienza di fede, modello di coloro che sanno aspettare, che non perdono la pazienza e la fiducia nel Signore.

Vedono in Gesù la luce: la loro preghiera non è ancorata solo al passato, a ricordi che potevano nostalgicamente far stare bene; piuttosto, è ancorata nell’oggi, sa assumere le ansie, le gioie, i dolori dell’oggi. Non fuggono: la loro è una preghiera incarnata nell’oggi e sa prospettarsi verso il futuro con speranza.

La vedova Anna non si allontana dal tempio: la sua preghiera è costante, non perde la speranza, riconosce l’essenziale, e non ha paura di parlare del Signore a quanti incontra.

La povertà culmina nell’evento di Gesù. Per Gesù i poveri hanno un posto privilegiato.

Importante riprendere le Beatitudini, specialmente la prima (Mt 5,1-12): beati i poveri, sì proprio così, i poveri. La povertà è la categoria più importante per riuscire a vivere il Regno. Beati i poveri ‘in spirito’: in questa sono sintetizzate tutte le altre beatitudini. Chi è povero in spirito è anche mite, assetato di giustizia, misericordioso, operatore di pace.

Fiducia in Dio, apertura allo Spirito, attesa della salvezza sono gli atteggiamenti del povero, che imita Gesù, ‘mite e umile di cuore’ (Mt 11,29). La povertà è mitezza, umiltà.

Gesù non possiede tanti beni, ma d’altra parte non ha vissuto una vita ‘penitenziale’ come il Battista. Gesù ha saputo vivere in modo dignitoso. Aveva (cf. Gv 19,23) una tunica senza cuciture. La sua povertà non era miseria/indigenza, ma vivere un atteggiamento globale di mitezza e umiltà del cuore.

La povertà dei discepoli non consiste nel non avere nulla, ma nel liberarsi dal senso del possesso verso le cose, fidandosi della provvidenza di Dio.

La povertà di Gesù è giunta a maturazione sulla croce: ‘Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?’. Nonostante il senso di abbandono, Gesù continua a rivolgersi al Padre, pur con un grido di sofferenza…

Alcune rapide domande (cf. C.M.Martini, Le Beatitudini, In dialogo 2002, pp 19-27):

1. Ho pretese esorbitanti? Mi lamento degli altri, voglio che tutti mi servano e quando sono sono servito sono pronto a criticare?

2. So impormi qualche austerità?

3. So accettare quei piccoli segni di povertà che ci toccano un po’ sempre?

4. Nella preghiera so pregare come un poveri, come uno che mendica la grazia di Dio, il suo perdono, il suo regno, la sua misericordia?

Condivisione

Cosa significa che il povero scopre la libertà?

Nella povertà l’uomo scopre la verità della propria persona, e la verità ci porta a vivere in modo liberto la nostra vita, senza condizionamenti! La povertà ci rende liberi dagli ostacoli che condizionano il nostro agire, che ci portano a fare le cose non perché ci crediamo, ma perché qualcuno ci spinge a farlo.

La povertà ci aiuta a togliere da noi le pretese di apparire…

La povertà ci porta alla essenzialità della nostra persona!

Parlando dei poveri, Gesù ci dice di amarci tutti! Le beatitudini non lasciano fuori nessuno! Tutti si possono rispecchiare nelle beatitudini. Ci dobbiamo amare tutti, siamo tutti nella stessa situazione, lui si identifica con ciascuno di noi (cf. Mt 25).

Essere poveri in senso evangelico certamente implica la relazionalità e la solidarietà!

Negli Atti degli Apostoli si dice, descrivendo la prima comunità, che ‘tra loro non c’era alcuno bisognoso’! Questo ci deve far riflettere e amplificare l’attenzione ai bisogni dell’altro. Essere sensibili ai bisogni più disparati degli altri fa parte della preghiera del povero, per i poveri! Dobbiamo sviluppare questa attenzione come singoli e come comunità cristiana, non solo ai bisogni materiali. Ben sapendo che poi non è facile concretizzare, discernere, ma questo non ci deve scoraggiare.

Toccando i poveri, siamo certi che tocchiamo la carne di Gesù!

La preghiera del povero è la preghiera di chi è povero davanti a Dio. Tutti lo siamo, se Gesù dice: «senza di me non potete fare nulla»… Il bisogno più grande è quello della conversione. E di qui l’abbandono a Dio che solo può darci il necessario. L’abbandono, più che l’inizio, è la fine del cammino spirituale cristiano: quando uno si abbandona, è arrivato!

Abbandonarsi quando si è all’estremo delle forze forse è più facile… bisognerebbe imparare a farlo subito!

Il Padre nostro è la preghiera del povero: si riconosce la grandezza e la santità di Dio, si chiede tutto a lui!

Più che a sentirci ‘debitori’, il Padre nostro ci aiuta a sentirci riconoscenti: tutto è dono! E bisogna aprirsi agli altri…

Il vero nome della povertà è ‘condivisione’ (E. Bianchi)! Ci possiamo definire poveri (anche come comunità parrocchiale) se viviamo ed entriamo nella dinamica della condivisione.

Ci rendiamo conto di quanto siamo poveri quando riconosciamo le grazie che il Signore ci elargisce. Tante volte chiediamo che vengano esauditi i nostri desideri, e non sempre ci rendiamo conto di quel che Lui ci elargisce dandoci non quello che chiediamo, ma ciò di cui abbiamo bisogno e che Lui solo conosce veramente! Anche nelle cose più piccole, più banali, ci è vicino e ci dà quello che ci serve.

Belle le figure di Simeone e Anna, anziani. Sono cresciuta vedendo queste persone appena citate e che poi spariscono: ho imparato tanto dagli anziani, che nella comunità sono presenti e che tante volte se ne vanno un po’ nella dimenticanza, nell’anonimato. Ma rimangono pietre vive delle nostre comunità.

La preghiera più ‘da poveri’ è, dopo il Padre nostro, l’Ave Maria: l’unica richiesta che si fa è di pregare per noi, peccatori, adesso e nell’ora della morte…

Una volta ho sentito un’omelia del Card. Biffi: sottolineava che aveva recitato molte volte l’Ave Maria, ma solo alla fine ha capito l’importanza di queste parole.

Esperienze forti che ci fanno vivere il senso del limite ci aiutano a sentirci veramente poveri, ma arricchiti tanto dal Signore e dall’intercessione di Maria, altro grande esempio di ‘povera del Signore’.