Non di solo pane: per approfondire, con Evdokimov e Dostoevskij

Riportiamo alcune profonde riflessioni del teologo russo P. Evdokimov, che nel suo saggio ‘Il monachesimo interiorizzato’ analizza le tentazioni di Gesù nel deserto riferendole ai voti monastici di povertà, castità e obbedienza, dimensioni che non sono riservate solo ai monaci, ma a ciascun battezzato, cioè a ciascuno di noi: si tratta di cercare una modalità di adattamento dei voti monastici alla propria vita, un equivalente personale, perché le esigenze poste da Gesù sono per tutti i suoi discepoli (cf. P. Evdokimov, La vita spirituale nella città, Qiqajon 2011, pp. 27-35)

I tre voti monastici si presentano come la magna charta della libertà umana. La povertà libera dall’influenza della sfera materiale, è la trasformazione battesimale in nuova creatura; la castità libera dall’influenza della sfera carnale, è il mistero nuziale dell’agape; l’obbedienza libera dall’influenza idolatrica dell’io, è la filiazione divina nel Padre. Tutti, monaci o no, le chiedono a Dio, seguendo la truttura tripartita del Padre nostro: l’obbedienza unicamente alla volontà del Padre; la povertà di chi non ha che un’unica fame, quella del pane sostanziale, eucaristico; infine, la castità, purificazione dal maligno

I Padri, fin dall’inizio, hanno visto nel racconto delle tentazioni nel deserto il testamento spirituale del Gesù dei vangeli. In effetti, dall’archetipo dell’uomo presente nella Sapienza divina il tentatore oppone il suo controprogramma: l’uomo della sophìa (sapienza) demoniaca. Lo svolgimento di tutta la storia umana è presente in una sintesi impressionante in cui viene detto tutto, nell’uno e nell’altro senso. Satana presenta le tre soluzioni infallibili per l’esistenza umana: il miracolo alchimistico della pietra filosofale, il mistero delle scienze occulte con il loro potere illimitato, e infine l’unica autorità unificatrice.

Trasformare le pietre in pane significa risolvere definitivamente il problema economico, sopprimere il sudore della fronte (cf. Gen 3,19) e lo sforzo ascetico messo in atto dalla creazione. Gettarsi dall’alto del tempio significa sopprimere il tempio e il bisogno stesso della preghiera, mettere al posto di Dio il potere magico, vincere il principio di necessità, impossessarsi dei misteri e risolvere definitivamente il problema della conoscenza. Ora, cuna conoscenza-penetrazione senza limiti significa una sottomissione degli elementi cosmici e carnali, la soddisfazione immediata della concupiscenza, una durata fatta di piccole eternità di godimento, la soppressione della castità. Infine, riunire tutte le genti sotto un unico potere significa risolvere il problema politico, sopprimere la guerra, inaugurare l’era della pace nel mondo.

Il primo atto di questo dramma si consuma tra il Dio-uomo (Gesù) e Satana. Se Cristo si fosse prosternato dinanzi a Satana, Satana si sarebbe ritirato dal mondo, perché in esso non avrebbe avuto più nulla da fare. Definitivamente prigioniera, l’umanità sarebbe vissuta senza conoscere la libertà di scelta, perché sarebbe vissuta al di qua del bene e del male… Al Dio impegnato nella storia, Satana propone il messianismo infallibile, senza rischi né sofferenza, fondato sulla triplice soppressione della libertà, sulla triplice schiavitù dell’uomo: la violazione della sua libertà tramite il miracolo, il mistero e l’autorità (questo aspetto delle tre tentazioni si trova al centro della “Leggenda del grande inquisitore” di Fedor Dostoevskij…)

Il rifiuto divino non cambia nulla nell’atteggiamento del tentatore: il suo progetto sarà ora presentato all’uomo, ed è il secondo atto del dramma che coinvolge la storia.

Il tempo crudele delle persecuzioni (nei primi secoli) costringe a invocare l’avvento dell’impero cristiano. La paradossale canonizzazione di Costantino, dichiarato “santo”, attesta la valenza positiva della sua impresa, giustificata dialetticamente con il principio della ”economia”. La chiesa viene imposta al mondo pagano, ottiene ampia udienza; ne uscirà vincente? Questo è un altro problema. In tale confronto una parte di essa si sporcherà le mani, un’altra le conserverà pulite astenendosi da ogni compromesso: entrambe sono necessarie e si completano. Del resto non sarà la chiesa ufficiale, istituzionalizzata, a dire parole di vita; essa affiderà questo compito ai padri del concilio, e soprattutto ai grandi spirituali monaci…

Bisogna ammetterlo, il sedicente “impero cristiano” si edifica sulle tre soluzioni di Satana, certo non integralmente e a livello cosciente, ma con un intreccio di luce e oscurità: Dio e Cesare, le suggestioni di Satana e le confutazioni di Cristo. L’impero è ambiguo perché elude la croce; nessuno stato cristiano, proprio in questo stato, è mai stato crocifisso… Il fatto di misconoscere la potenza di protezione della croce lascia principi e politici senza difese di fronte alle soluzioni di comodo delle tre tentazioni.

È a questo punto che il monachesimo fa il suo ingresso sulla scena della storia. È il “no” più categorico a ogni compromesso, conformismo, complicità con il tentatore, che si cela a volte dietro la corona imperiale, altre volte dietro la mitria episcopale. È il “sì” a Cristo, che risuona dal deserto. Non si insisterà mai abbastanza sul carattere salvifico per la cristianità della semplice realtà dell’avvento del monachesimo… Le tre risposte di Cristo sono risuonate nel silenzio del deserto, quindi di là che i monaci sono partiti per riascoltarle e riceverle come regola della vita monastica nella forma dei tre voti…

Questo livello di libertà trascende i confini delle istituzione e si offre nel suo significato universale come soluzione all’esistenza umana. Il monachesimo interiorizzato del sacerdozio regale trova la sua spiritualità particolare facendo suo l’equivalente dei voti monastici.

Nell’ora in cui si sta concludendo chiaramente l’epoca costantiniana (la cristianità come impero), il combattimento del re cristiano lascia il posto al regno dei martiri e all’eroismo dei fedeli nel quotidiano, che non è forzatamente spettacolare.

Il voto di povertà

La risposta del Signore: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4) mostra il passaggio dall’antica maledizione («Con il sudore del tuo volto mangerai il pane»: Gen 3,19) alla nuova gerarchia dei valori, al primato dello spirito sulla materia, della grazia sulla necessità. Nella casa di Marta e Maria Gesù opera il passaggio dal pasto materiale, dalla fame fisica, al banchetto spirituale, alla fame dell’”unico necessario”. (cf. Lc 10,38-42). La versione delle beatitudini nel Vangelo di Luca accentua il capovolgimento delle diverse situazioni: «Beati voi, poveri… Beati voi, che ora avete fame» (Lc 6,20-21). Anche la povertà fisica («Con il sudore del tuo volto») non è più una maledizione, ma un segno di elezione posto sugli umili, gli ultimi e i piccoli, contrapposti a potenti e ricchi. I “poveri di Israele” pronti ad accogliere il Regno, e più in generale i “poveri in spirito” (Mt 5,3), ricevono in dono per grazia il “pane degli angeli”, la parola del Padre discesa nel pane eucaristico.

La pietra che diventa pane della prima tentazione, miracolo apparentemente banale, toglie di mezzo innanzitutto il Povero: non il mendicante oggetto dei “bazar di carità”, ma il Povero per eccellenza, colui che condivide il suo essere, la sua carne e il suo sangue eucaristici. Così ogni vero povero con il “sudore del suo cuore” condivide il proprio essere. Una simile povertà veniva predicata da padri della chiesa della statura di un Giovanni Cristostomo come l’unica soluzione economica. Il vangelo esige quello che nessuna dottrina politica chiede ai suoi adepti. A livello mondiale solo un’economia basata sul bisogno e non sul profitto ha possibilità di successo, ma implica sacrifici e rinunce. Non si può fruire dei beni in modo anarchico. I veri bisogni variano a seconda delle vocazioni, ma l’essenziale si trova nell’indipendenza della persona da ogni possesso.

L’assenza del bisogno di avere diviene bisogno di non avere. Lo spazio della libertà disinteressata dalle cose restituisce allo spirito la capacità di amarle come dono di Dio. Vivere in ciò che è “donato in sovrappiù” significa vivere tra la miseria e il superfluo. Persino l’ideale monastico non predica la povertà formale, ma una saggia moderazione dei bisogni.

La misura della povertà, che è sempre personalissima, esige fantasia creativa ed esclude lo spirito settario riduttivo. Il problema non è nella privazione, ma nell’uso; nell’offerta di un bicchiere d’acqua è la qualità del dono, ciò che giustificherà l’uomo nel giudizio finale (cf. Mt 10,42). Per tale motivo, Giacomo precisa il senso dell’elemosina in questi termini: «Visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze» (Gc 1,27). E se non vi è nulla da condividere, resta l’esempio dell’economo infedele della parabola evangelica, che distribuisce le ricchezze del suo Signore (l’amore inesauribile) per moltiplicare gli “amici in Cristo”

Così ad esempio la vergine Maria “custodiva tute queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2,19), ne ha fatto il suo stesso essere e lo Spirito santo ha fatto di lei il “dono di consolazione” le la “porta del Regno”.

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Dostoevskij, I fratelli Karamazov, II,4,5: il Grande inquisitore si rivolge a Gesù, tornato sulla terra e immediatamente arrestato, ricordando il geniale dialogo con Satana nel deserto:

«Ricorda la prima domanda: anche se non proprio alla lettera il suo senso era questo: ‘Tu vuoi andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con una certa promessa di libertà che essi, nella loro semplicità e innata sregolatezza, non possono nemmeno concepire, una libertà che temono e paventano, giacché non c’è mai stato nulla di più insopportabile, per l’uomo e per la società umana, della libertà! Ma le vedi quelle pietre in questo spoglio deserto arroventato? Trasformale in pani e l’umanità correrà dietro di te come un gregge, riconoscente e sottomesso, sebbene eternamente in ansia che tu possa ritirare la mano e negarle il pane.’ Ma tu non volesti privare l’uomo della sua libertà e rifiutasti la proposta pensando: che libertà può essere quella comprata con il pane? Replicasti che l’uomo non vive di solo pane.

Tu lo sapevi, non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, eppure rifiutasti l’unico infallibile vessillo che ti veniva offerto per costringere l’umanità a venerarti incondizionatamente – il vessillo del pane terreno – e lo rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. Guarda che cos’altro hai fatto tu. E tutto sempre in nome della libertà! Ti dico che per l’uomo non c’è assillo più tormentoso di quello di trovare qualcuno al quale trasmettere al più presto quel dono della libertà con il quale il disgraziato essere viene al mondo. Ma solo colui che acquieta la coscienza degli uomini può dominare la loro libertà. Con il pane ti veniva dato un vessillo inconfutabile: dagli il pane e l’uomo si inchina, giacché non v’è nulla di più inconfutabile del pane, ma se qualcun altro al di fuori di te s’impadronisce della sua coscienza – oh, allora egli sarà persino capace di gettare via il tuo pane e di seguire colui che seduce la sua coscienza. In questo avevi ragione. Giacché il segreto dell’esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere».