Novena di Natale: lettera a Maria

Cara Maria,

mia Signora perchè madre del mio Signore, mia Regina perché madre del mio Re, è un onore per me poter parlare con te, sapere di te, sentirmi amato da te.

Desidero anzitutto ringraziarti, ma i motivi sono così tanti, che non so da dove cominciare. Forse è meglio se comincio (come ci insegni tu nel Magnificat) a ringraziare il Signore, che ha fatto grandi cose in te e ha guardato la tua umiltà, la tua semplicità. Ecco, voglio ringraziarti perché sei piccola e umile, perché non ti sei montata la testa, perché hai accettato di essere sempre e semplicemente figlia. E il bello è che lo hai fatto con serenità e fortezza, con gioia intima, anche di fronte alle difficoltà più grandi. Grazie anche di questo: avevamo bisogno di vedere in qualcuno che essere piccoli ed essere servi non è un tradimento della nostra natura, ma la nostra maturità, la nostra gioia più grande, la nostra santità.

Mi viene da chiederti dove hai imparato… e penso agli insegnamenti dei tuoi genitori, Gioacchino e Anna, penso alla tua vita semplice di Nazareth. Ma soprattutto penso al tuo dialogo continuo con il tuo e nostro Dio, che hai conosciuto come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio misericordioso e fedele, lento all’ira e grande nell’amore. Ti immagino, fin da piccola bambina, curiosa di ascoltare la Torah, attenta a cogliere e a imparare e a ripetere le parole ispirate di Mosè, nelle quali riconoscevi veramente la voce di Dio. Hai accolto la Parola nel cuore, l’hai custodita e meditata. E ti sei sentita sempre trattata bene da questa Parola e da colui che la pronunciava. Chissà quante volte, nella semplicità della vita di Nazareth, hai scommesso sulla Parola del Dio dei Padri, che abbassa i potenti e innalza gli umili…

In questi giorni, ti vedo nel presepio, con Gesù nelle viscere e poi nella mangiatoia. Prima hai accolto Dio nel tuo cuore. Adesso, in modo anche per te inatteso, tanto da provare turbamento all’annuncio dell’angelo, lo hai accolto incarnato nel tuo grembo, tuo concorporeo, tuo consanguineo. Una novità assoluta, un’esperienza unica nella storia della salvezza, una unione fisica con quel Dio cui sei sempre stata unita spiritualmente.

Contemplandoti nel presepio, mi viene poi da pensarti con Gesù bambino che cresce, diventa ragazzo e poi uomo: giorni, settimane, anni di attenzione, di premura per la sua persona. Vero Dio e vero uomo consegnato alle tue braccia, nella tua casa. Tu, donna che insegnavi al Figlio di Dio. E insieme tu, discepola che imparavi dal Figlio di Dio. Già, tutto quel che avevi conosciuto di Dio dalle Scritture, ora lo vedevi nel tuo bambino, poi nel tuo ragazzo, nel giovane che crescendo coglieva nel suo intimo e manifestava in modo sempre più nitido la sua identità: «non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» – disse quella volta, dodicenne, nel Tempio. Capisco dunque un po’ di più che sei stata piccola perché Dio si fa piccolo. Sei stata umile perché Dio si fa umile. Sei stata serva perché Dio si fa servo.

Ecco, vorrei imparare un poco da te, e chiedo il tuo aiuto.

Vorrei imparare a fidarmi di Dio, come te.

Vorrei imparare ad accogliere la Sua Parola nel cuore e a farla germogliare nella mia vita.

Vorrei imparare ad essere semplice, umile, figlio come lui, discepolo come te.