Il logo dell’anno pastorale 2016/2017

L’immagine che abbiamo scelto come logo di questo anno pastorale è un particolare di un mosaico realizzato dal p. Marko Ivan Rupnik e dal suo Atelier. Si trova nel refettorio del Centro Aletti a Roma. Prendiamo dal sito del Centro Aletti la descrizione dell’opera.

Per troppo tempo si è pensato che Marta e Maria rappresentassero una la vita attiva e l’altra la vita contemplativa, alla quale sono chiamati solo gli “eletti”. Ma lo sfondo per capire Marta e Maria nel mosaico è dato dal riferimento a due brani biblici: quello di Lc 10,38-42 e quello di Gv 11-12.

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Nel vangelo di Luca, Maria è così assorta dall’ospite che è entrato nella sua casa da dimenticare il suo ruolo tradizionale di donna, cioè quello di badare alla casa, di servire gli uomini, di dare da mangiare agli ospiti. Marta invece è prigioniera del suo ruolo e neppure se ne rende conto. Ma c’è una sola cosa necessaria: ritrovare, nello stare con il Signore, la propria libertà. Il rimprovero fatto da Gesù a Marta non è in nome di una virtù ascetica della quale Maria sarebbe l’esemplare; è in nome, invece, di quella libertà evangelica che Maria ha ottenuto in dono, ascoltando il Signore. Cristo rimprovera Marta non perché fa delle cose, ma perché si agita. L’inciampo è causato dall’agitazione, dove Marta ha un’idea di che cosa bisogna fare e, siccome Maria invece non lo fa, prova un gran fastidio.

Nel mosaico vediamo una mensa rossa, luogo della familiarità, dell’intimità, dell’amicizia. Questa mensa attraversa il cielo e tutto il creato, perché è l’amore di Dio. Infatti Cristo, più che sedere accanto ad essa, sembra essere sul tavolo, perché è Lui il vero cibo dell’amicizia. La pietra usata per diventare lo sgabello di Cristo contiene tanti fossili, quasi a ricordare che “la terra è lo sgabello per i piedi di Dio” (Mt 5,35).

In Gv 12 le sorelle Marta e Maria hanno preparato una cena per festeggiare la vita del fratello Lazzaro, che si intravede alla sinistra del mosaico, mentre sta uscendo dalla tomba con le fasce che si stanno ancora sciogliendo. E qui troviamo la mensa della cena di Betania.

Un unico lino unisce nello stesso atto di amore, di tenerezza, di servizio e di contemplazione le due sorelle: Maria più silenziosa, ai piedi; Marta, l’attiva, che serve, e che giunge all’apice della contemplazione: quello di vedere nel maestro, nell’amico, il Figlio di Dio, cioè Dio, la Vita e la Risurrezione. E’ lei che per prima lo riconosce esplicitamente. Dice questo offrendogli il pesce: ichtys, in greco, Iesous Christos Theou Yios Soter, cioè “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”. Marta è contemplativa perché riesce a vedere in una realtà un’altra più profonda.

Dal momento che la risurrezione è credere in Gesù, perché chi vive e crede in Lui non muore in eterno (cf Gv 11,25), la “confessione di fede” di Marta è anche la risurrezione delle due sorelle.

Marta e Maria qui sembrano come intrecciarsi: non si capisce dove “inizia” l’una e dove “finisce” l’altra. La loro “base” è comune. In ognuno convive un po’ di Marta e un po’ di Maria.