Verso il rinnovo dei Consigli Parrocchiali 2

Nel mese di maggio, come da programma pastorale, verranno rinnovati il Consiglio Pastorale Parrocchiale e il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici. Si tratta di due importantissimi organismi di partecipazione, nei quali prende corpo la corresponsabilità del discernimento sulla vita della Comunità parrocchiale. Le tappe del rinnovo sono le seguenti:

– 7/8 maggio: tutti i parrocchiani potranno indicare in una apposita scheda i nomi dei candidati

– 21/22 maggio: dopo aver verificato le disponibilità, le liste dei candidati vengono affisse in chiesa

– 28/29 maggio: si eleggono, in un contesto di preghiera liturgica, i membri dei Consigli parrocchiali.

Per prepararci a questo importante momento di vita comunitaria, pubblichiamo una interessante riflessione di Carlo Maria Martini sul ‘Consigliare’.

Il Consigliare nella Chiesa

La specifica attività del consigliare nella chiesa non va riferita anzitutto alla materia giuridica, ma piuttosto a una tradizione spirituale che va fatta risalire allo Spirito divino.

Tra i doni dello Spirito Santo, il dono del consiglio, è quello cui fa riferimento l’attività del consigliare nella chiesa e in ogni consiglio pastorale (diocesano, parrocchiale, presbiterale, vicariale).

L’ambito del consiglio praticato dal CPP (Consiglio Pastorale Parrocchiale), coinvolge ogni aspetto della vita pastorale della comunità cristiana e quindi il cammino concreto, i programmi pastorali, il vissuto determinato da tradizioni e personalità, la strategia pastorale e devozione popolare in cui la chiesa locale svela il suo volto.

La specifica attività del consigliare rientra nel quadro del comunicare all’interno della chiesa; è uno dei modi del comunicare.

Il comunicare nella chiesa primitiva

Un primo momento è nello scambio epistolare, che è tipico della comunità primitiva. Quasi metà del Nuovo Testamento è costituito da lettere in cui le comunità si scambiano suggerimenti, consigli, notizie. Le singole chiese non vivono chiuse in se stesse, ma scelgono una rete di relazioni e la riflessione sapienziale, prudenziale, il consiglio dato fraternamente, ne sono parte integrante. Il modo con cui iniziano le epistole del Nuovo Testamento rivela come le primitive comunità si considerano nei loro mutui rapporti. «Paolo, servo di Gesù Cristo, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio… A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo… Ho un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io. Non voglio che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri Gentili. Poiché sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti» (Rm 1,1.7.11-14).

Appare lo scambio, la comunicazione nella fede, tra due rappresentanti della chiesa primitiva (un apostolo e una comunità) che non si sono mai visti e che pure vivono una grande familiarità. Altro esempio è l’inizio della prima Lettera ai Corinzi: «Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro; grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù» (1Cor 1,1-4).

Da una parte abbiamo dei responsabili (Paolo e Sostene), dall’altra questa chiesa di Dio; nello sfondo, tutti i cristiani chiamati a essere santificati in Cristo Gesù.

Un secondo momento sono le esortazioni all’unità le troviamo in una serie di pagine del Nuovo Testamento e anch’esse mostrano l’ampiezza del comunicare.

Ad esempio: «Vi esorto dunque io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella del la vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,1-7).

Le comunità hanno in comune le cose essenziali e sono perciò chiamate a metterle insieme, a confrontare quello che ciascuna ha, a scambiarsi i doni.

Tra le varie esortazioni neotestamentarie ne leggo ancora una: «Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Dio dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali» (Col 3,14-16).

Un terzo momento in cui emerge il comunicare della chiesa primitiva, lo troviamo negli aggettivi e negli avverbi che qualificano i modi della comunicazione. Ad esempio, lo scambio dei doni dello Spirito deve avvenire «per l’edificazione della comunità» (1Cor 14,12); il «profetare, uno alla volta, perché tutti possano imparare ed essere esortati» (1Cor 14,31); tutto deve svolgersi «decorosamente e con ordine» (1Cor 14,40), «con tutta umiltà» (Fil 2,3) nei rapporti scambievoli; Epafrodito viene mandato «con tanta premura» nel desiderio che la comunità si rallegri nel rivederlo (Fil 2,28); bisogna crescere in un corpo «ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro» (Ef 4,15). Nelle comunicazioni che riguardano l’ammonimento, il rimprovero, l’esortazione, occorre procedere «con dolcezza» (Gal 6,1) e l’annuncio deve essere fatto «con franchezza» (Ef 6,20).

Se esaminiamo queste e altre qualifiche dei modi della comunicazione all’interno della comunità, ci accorgiamo che emergono alcune costanti: l’ordine, la dolcezza, la diligenza, l’attenzione, la premura, una certa capacità organizzativa affinché non ci sia confusione o dispersione.

Il consigliare nella chiesa si colloca all’interno di tutta questa attività comunicativa, e ha lo scopo di porre ordine, unità, umiltà, mansuetudine aiutando a superare l’impulsività, gli interventi inopportuni, intempestivi, l’incapacità a raccogliere le idee e a metterle insieme. Il consigliare si situa dunque in quelle modalità del rapporto che sono proprie di tutte le comunicazioni della chiesa e però le assume per la sua specificità.

Il CPP nell’ambito del dono del consiglio

Dopo aver tratto le ispirazioni generali dal Nuovo Testamento, ci poniamo nel solco della tradizione classica, aristotelica, ripresa poi dai primi Padri della chiesa, da s. Ambrogio nel De officiis, e ampiamente codificata da s. Tommaso. E, per comodità, mi riferisco a quanto scrive s. Tommaso sul dono del consiglio e del consigliare. Il pensiero dell’Aquinate non è del tutto semplice, ma lo ritengo interessante.

Egli parte dall’affermazione che il consiglio, come dono dello Spirito Santo, corrisponde alla virtù cardinale della prudenza. Mi pare utile procedere secondo il seguente ordine:

  1. che cos’è la virtù della prudenza;
  2. consigliare/consigliarsi come parte della prudenza;
  3. dono del consiglio e la beatitudine corrispondente;
  4. discernimento;
  5. conseguenze per il consigliare nella chiesa.

 

  1. La virtù della prudenza.

Per san Tommaso l’atto principale della prudenza è il comandare ragionevolmente. Ci troviamo subito in difficoltà, perché noi crediamo che l’atto principale della prudenza sia il ponderare, direi quasi il dubitare, l’osservare cautamente. Nella visione aristotelica tomistica, invece, è il decidere. La decisionalità è la caratteristica della prudenza cristiana.

E san Tommaso spiega che per giungere a questa capacità di agire ragionevolmente sono necessarie tre attività:

– prendere consiglio raccogliendo dati e pareri;

– giudicare e valutare i dati (ratio speculativa), quindi discernere;

– decidere (ratio pratica), applicare i consigli e le valutazioni emerse all’azione.

Questo è l’atto precìpuo della prudenza, a cui sono ordinati gli atti precedenti. C’è prudenza solo là dove c’è ascolto, consiglio, riflessione prolungata, applicazione all’agire.

Vediamo che si delinea così una figura morale del cristiano molto precisa e forse diversa da quella che intendiamo oggi quando parliamo di prudenza.

Poi san Tommaso dice che la prudenza ci porta a comandare in tre grandi ambiti:

– l’ambito del bene proprio (perché posso comandare anche a me stesso), ed è la prudenza personale;

– l’ambito del bene della propria famiglia, ed è la prudenza domestica;

– l’ambito del bene della comunità, ed è la prudenza politica.

Così la prudenza è l’arte di decidere il giusto e il bene per sé, per le realtà che ci sono affidate – comprese quelle della vita economica, sociale, produttiva, culturale -, per la comunità.

Senza tale prudenza, non si ha né giustizia né fortezza né temperanza. Essa è il primo gradino dell’agire morale, equo e giusto.

Strettamente connessa con la prudenza – prosegue san Tommaso – è la eubolia, la rectitudo consilii, cioè la capacità di ben consigliare.

Non esiste decisione saggia, prudente, se precedentemente non c’è stato un processo di consiglio. Questo processo implica due cose: la capacità di ben consigliare in coloro che sono chiamati a dare consiglio, e la docilità in coloro che devono rendersi disponibili a quanto viene consigliato.

San Tommaso sottolinea l’importanza di questa docilità che è pure parte integrante della prudenza, per chi ha delle responsabilità. Nessuno, infatti, è in grado di avere sempre la conoscenza sufficiente e globale della situazione su cui deve decidere e per questo ha bisogno della collaborazione di persone sperimentate e prudenti che lo aiutino.

E poiché, sempre secondo san Tommaso, la prudenza e la capacità di consigliare sono proprie di tutti i cristiani, anche i nostri Consigli fanno appello a tale capacità di consigliare, per il bene della comunità.

Carlo Maria Martini