Io sono il Vivente

Commento al Vangelo del 3 aprile 2016.Cartoncino II pasqua.jpg

Il tempo liturgico della Pasqua dilata la celebrazione della Morte e della Risurrezione del Signore con particolare solennità. Quel che abbiamo sperimentato nel Triduo Pasquale, dopo il cammino penitenziale della Quaresima, è ancora oggetto di catechesi e di approfondimento. Il Signore risorto continua a donarsi a noi personalmente nei Sacramenti, e con la sua Parola potente si fa conoscere di più e meglio.

In queste domeniche del Tempo di Pasqua ascoltiamo, oltre ai testi dal Vangelo secondo Giovanni, alcuni brani tratti dal libro degli Atti degli Apostoli (in cui Luca racconta i primi passi missionari della Chiesa) e dell’Apocalisse. A quest’ultimo dedicheremo la Giornata della Bibbia in parrocchia domenica prossima e anche i commenti domenicali.

Ascoltiamo oggi alcuni versetti dal primo capitolo (Ap 1,9-11.12-13.17-19), che introduce il libro con una prima grande visione, quella del Figlio dell’uomo. Tutto il libro è una rilettura del dramma della storia alla luce della Pasqua del Signore Gesù. Alla sua voce potente, come di tromba, ci volgiamo come Giovanni, nostro «fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù». Ci volgiamo, cioè ci convertiamo: riconosciamo che dobbiamo cambiare strada, cambiare sguardo, cambiare vita, ritornare al Signore e ripartire da Lui!

Chi è Gesù? Che cosa crediamo di Lui? Che cosa ci viene in mente quando lo preghiamo? Davvero rischiamo di averne una immagine molto sbiadita, oleografica, generica, superficiale! Le immagini meravigliose che Giovanni vide sono oggetto della nostra contemplazione, e poi criterio della nostra conversione. Dobbiamo tenere presente che il simbolismo dell’Apocalisse è molto complesso e l’immagine evocata nei vari particolari non può essere rappresentata visivamente in modo unitario: ogni particolare deve essere compreso, decodificato e superato. Anzitutto Gesù sta in mezzo a sette candelabri d’oro, che rappresentano le comunità cristiane (cf 1,20) nel loro insieme. Il Risorto, ricordano gli evangelisti, si presenta ai discepoli stando in mezzo a loro: la Chiesa esiste perché in mezzo c’è il Signore, e non ha altro fondamento. Una comunità di discepoli che non si sentono legati dal Signore non è una comunità cristiana.

Gesù è chiamato con il titolo Figlio dell’uomo, che lui stesso amava usare a riguardo di sè. Il riferimento è duplice, perché nella Bibbia questa espressione indica sia la semplice umanità, sia l’inviato di Dio che salva la storia e instaura il dominio di Dio sulla storia (cf. Dn 7). Gesù è vero uomo, e insieme è il Figlio di Dio. Ed è il sommo sacerdote (questo indicano la veste lunga e la fascia d’oro), Colui che unisce definitivamente terra e cielo. I suoi capelli bianchi sono il segno che lui è l’Antico di giorni di Dn 7,9: cioè l’eterno come il Padre. I suoi occhi sono fiammeggianti come fuoco: il fuoco dell’amore che esce dallo sguardo del Signore, e che gli apostoli ricordavano bene, specie Pietro che ha incrociato gli occhi di Gesù subito dopo averlo rinnegato… Gesù ci guarda sempre così!

La sua Parola è ancora assimilata al fragore di grandi acque (siete mai stati davanti al mare in burrasca?) e dalla sua bocca esce una spada affilata a doppio taglio (cf Eb 4,12-13): noi sentiamo la sua voce nella sobrietà della lettura della Bibbia, ma ciò che ascoltiamo da lui è la Parola più vera, più potente e più penetrante che esista!

Quando Giovanni vede tutto questo, cade a terra, tramortito, ma il Figlio dell’uomo gli rivolge alcune parole bellissime. Non temere! Gesù non vuole far paura a nessuno: la distanza infinita tra l’onnipotenza del creatore e la fragilità delle creature è superata dalla misericordia di Dio! Io sono il Primo e l’Ultimo. Abbiamo ripetuto queste parole la notte di Pasqua, mentre preparavamo il cero: se Gesù è risorto, vuol dire che è padrone del tempo, è l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, come Dio Padre… mentre noi siamo un soffio! Ma Lui ci vuole bene e ci fa partecipi della sua eternità! Infatti Gesù si offre a noi come il Vivente, colui che ha la vita in se stesso, colui che ha il potere di dare la vita e di riprendersela di nuovo. Noi l’abbiamo come dono, la vita: ce la siamo trovata addosso e non possiamo fare nulla per evitare la morte. Ma Lui è passato attraverso la nostra morte (divenni morto), l’ha sconfitta e può dire le altre parole veramente impressionanti: ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi!  Letteralmente, il testo dice: ho le chiavi della morte e dell’Ade, il regno sotterraneo dei morti: nella professione della nostra fede noi diciamo che Gesù discese agli inferi: il suo amore è così forte da oltrepassare i limiti della morte, dello spazio e del tempo, per raggiungere tutti i figli di Dio che sono morti prima e dopo la Pasqua!

Che spettacolo il nostro Signore! Vorremmo cadere a terra anche noi, tramortiti come Giovanni, davanti a tanta grandezza. Ma il Signore è buono con noi, e manifesta la sua gloria e il suo potere nella infinita semplicità della Parola e dei Sacramenti. Perché la sua è una potenza di amore.