Lectio divina sul Vangelo secondo Luca: 8

In questo anno pastorale 2015/2016 ci sentiamo chiamati a camminare alla presenza del Signore: ci aiuta l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, che contempliamo meditando il racconto dell’evangelista Luca. Gli spunti qui riportati sono la sintesi della condivisione tra i partecipanti alla lectio divina di domenica 20 marzo 2016 su Lc 22-23, offerti a tutta la comunità. Tutti sono invitati a trovare un momento personale o famigliare per la lettura e la preghiera.

Meditazioni precedenti:

Luca 6, 1-11  La persona risorta al centro

Luca 5, 27-39 Il medico e lo sposo, il vecchio e il nuovo

Luca 5, 12-26 Uomo, sono rimessi i tuoi peccati

Luca 4,31-44 Imponendo le mani a ognuno di loro li curava

Luca 2,39-52 Nelle cose del Padre mio bisogna che io sia

Luca 1, 5-25 L’annuncio a Zaccaria

Luca 1, 1-4 La solidità delle parole

 

Passione e morte in Luca (22-23)

 

Il racconto della Passione e morte di Gesù secondo Luca ha un tono molto personale: fa certo riferimento alla oggettività dei fatti che ha ricevuto dalla predicazione della Chiesa, ma non in modo freddo e asettico. Luca amava Gesù risorto, e raccontando la gli eventi drammatici della Passione fa trasparire tutto il suo rispetto e la sua fede nel Figlio di Dio che si è veramente incarnato e ha sofferto con amore.

Gesù, il Figlio di Dio. Le prime parole di Gesù durante l’ultima cena sono, secondo Luca: «Ho tanto desiderato mangiare questa pasqua con voi». È serenamente e decisamente sbilanciato sui suoi, pieno della brama di salvezza del Padre misericordioso. La linea cristologica: Gesù è il Figlio del Padre! (2,49: devo occuparmi delle cose del Padre). Padre, se vuoi allontana da me questo calice; Padre, perdona loro; Padre, nelle tue mani…

La libertà di Gesù. Questa obbedienza radicale al Padre fa di Gesù il Signore, padrone di tutti gli eventi. È lui che si lascia generosamente consegnare. Non è preoccupato della sua difesa personale di fronte alle ingiuste accuse, ma di annunciare la sua identità di Figlio di Dio: sia davanti al tribunale ebraico, sia sulla croce, quando si consegna definitivamente al Padre («Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!»). Sa quando parlare, sa quando tacere. Sa dire le cose giuste ed essenziali, al momento giusto.

La misericordia di Gesù. Il «Figlio dell’uomo» sa mostrare la sua premura per le persone che gli stanno accanto. Guarisce l’orecchio del servo del sommo sacerdote, prega per Pietro e la sua fede. Luca riporta poi la compassione di Gesù per le donne di Gerusalemme che piangono su di lui, e anche il dialogo con il ‘buon malfattore’, al quale assicura la salvezza come condivisione del paradiso. Solo Luca riporta l’incredibile affermazione di Gesù che, appena inchiodato sulla croce, dice: «Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno».

Gesù, il giusto. La nobiltà d’animo del maestro è evidenziata da Luca anche con la ripetuta l’affermazione della innocenza di Gesù (tre volte sulla bocca di Pilato), oltre che con l’omissione di alcuni particolari offensivi (la sfilata dei falsi testimoni) o crudeli (la flagellazione e le prese in giro dei soldati). Non riporta nemmeno esplicitamente la sentenza di condanna, per evidenziare ancor di più la centralità di ciò che Gesù dice di se stesso. Gesù è ‘il giusto’, secondo le parole del centurione. Il ricordo va al servo sofferente di Is 53,11: «Il giusto mio servo giustificherà molti».

Imitazione e redenzione. L’obiettivo di Luca è perciò anche parenetico, cioè di esortazione ad imitare Gesù e a convertirsi a lui. Lo vediamo nel fascino che suscita statura morale di Gesù, nella fedeltà infinita al suo progetto di manifestare amore. Lo vediamo anche in alcuni personaggi protagonisti della Passione. Alcuni positivi, da imitare, altri negativi, da cui prendere le distanze. Bisogna certo imitare Pietro, non nel rinnegamento, ma nel pentimento che lo porta a piangere amaramente, dopo che Gesù, precisa Luca, «essendosi voltato, guardò fisso Pietro». Bisogna imitare Simone di Cirene, vero discepolo che porta la croce ‘dietro a Gesù’. Bisogna imitare le donne di Gerusalemme, che facevano lamento su di lui, distaccandosi dalla folla che ne aveva invocato la crocifissione: anche verso di loro Gesù «si voltò» per aiutarle a rendersi conto che è necessario rendersi conto del male. Bisogna imitare il buon malfattore, che si rende conto della innocenza di Gesù e prende la parola in sua difesa. Bisogna imitare il centurione che «vedendo l’accaduto, glorificava Dio». Bisogna imitare le folle che si battevano il petto e i conoscenti che guardavano da lontano.

Ma non si tratta solo di imitazione. La morte di Gesù ha un significato concretamente salvifico. Luca evidenzia la dimensione interiore della conversione: attenzione alle ripercussione interiori degli avvenimenti e a tutto ciò che riguarda le relazioni personali con Gesù. Una forza di conversione che cambia gli uomini.

Il dialogo tra Gesù e il buon malfattore condensa il significato salvifico della Passione: la salvezza per tutti; la salvezza è in un rapporto personale; la salvezza è ‘oggi’; la salvezza è tensione verso la piena realizzazione nel paradiso, attraversando il passaggio della morte.

Le folle, le donne e il nuovo popolo di Dio. Luca sottolinea in modo particolare la presenza delle folle, specialmente quando parla delle donne di Gerusalemme e dell’ultimo respiro di Gesù. Le folle erano accorse a quello che l’evangelista chiamo uno «spettacolo», una theoria, una cosa da vedere. Non si tratta di un significato sensazionalistico: piuttosto, Luca ci aiuta a renderci conto che la Passione di Gesù è l’esperienza storica in cui si concentra la massima manifestazione della misericordia di Dio. Il Padre vuole mostrare il suo amore salvifico per i singoli ma anche per il popolo intero, per l’umanità intera. Con il suo grande senso della storia, Luca colloca la Pasqua al centro di un grande progetto di espansione del Regno di Dio, che deve raggiungere tutti i popoli, a partire da Gerusalemme e fino ai confini del mondo (cf. Lc 24,47).

 

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