Che cosa dobbiamo fare?

Commento al Vangelo del 13 dicembre 2015.

Il discepolo e la gioia. La terza domenica dell’Avvento è caratterizzata dall’invito alla gioia. Lo esprime soprattutto san Paolo, che rivolge anche a noi le calorose parole scritte allora ai fratelli che abitavano la città greca di Filippi: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 2,4-6). La certezza della vicinanza, della presenza del Signore fa scaturire dal cuore dei discepoli un atteggiamento di serenità  in ogni situazione della vita. Non si tratta certo di un semplice e superficiale benessere psicologico, ma di un modo nuovo di stare dentro ad ogni circostanza della vita, fondato sulla esperienza vera di incontro con il Signore risorto, volto della misericordia del Padre. Tanto che se molti, che si dicono cristiani, non mostrano di tendere alla letizia, c’è da interrogarsi sulla autenticità del loro rapporto con Gesù Cristo.

Da dove la gioia? Giovanni Battista, dal canto suo, era sicurissimo della presenza di Colui – diceva – «che è più forte di me» (cf Lc 3,10-18). E questo lo portava a percepire se stesso con molta semplicità, senza lasciarsi allettare dal sospetto della gente «che fosse Lui il Cristo». Giovanni sapeva stare al suo posto, contento di essere al servizio del Signore e di aiutare la gente a prepararsi all’incontro con Lui. Impariamo da Giovanni! Le sue parole ci scuotono, perché ci ricordano che Dio interviene per fare chiarezza tra bene e male, tra paglia e grano buono. Ma la forza dell’annuncio di Giovanni non vuole suscitare paura. Piuttosto, appunto, la gioia. Come non gioire della presenza di «Colui che battezza in Spirito santo e fuoco»? Cioè che porta sulla terra e dentro a ciascuno di noi lo Spirito del Padre e del Figlio, lo Spirito che è il fuoco d’amore che unisce il Padre al Figlio. Come non accogliere la potenza dell’amore che tramite la carne (la vera umanità) del Figlio di Dio fatto uomo viene comunicata agli uomini? Come si fa ad accontentarsi del fuocherello tremolante del nostro amore o della nostra povera sapienza, quando in modo del tutto gratuito e appassionato il Padre manda il suo Figlio nella potenza dello Spirito, per farci diventare persone brucianti di un amore maturo? Che sciocchezza non vivere immersi (battezzati) nello Spirito. Che povertà, che illusione di autosufficienza… Tanto che se molti, che si dicono cristiani, non vivono un rapporto autentico con Gesù Cristo, c’è da interrogarsi sulla effettiva conoscenza che hanno di Lui: forse hanno in mente un Gesù diverso.

Cambiare la vita. Sperimentare la comunione con il Signore che viene nella carne fa cambiare vita. Luca riporta insistentemente la domanda delle folle e poi dei pubblicani e dei soldati a Giovanni Battista è «che cosa dobbiamo fare?». La disponibilità a lasciarsi cambiare la vita è un altro tratto essenziale dell’adesione di noi discepoli al Signore. Giovanni indica la via: a tutti parla, in sostanza, del fatto che bisogna ‘fare’ una vita di condivisione e di rispetto degli altri. Amati, bisogna amare. Nei fatti. L’annuncio evangelico è sempre molto ‘operativo’, o, meglio, rivolto alla persona umana tutta intera, perché prenda la forma di Gesù Cristo, l’uomo nuovo, vero e santo, che ha amato spendendosi fino all’ultima goccia di sangue. L’annuncio evangelico, poi, è veramente per tutti. Nella domanda di queste persone sta la provocazione per i cristiani a non rinchiudersi nelle sacrestie, a non pensare che la fede sia un fatto intimistico o privato (come molti, forse, vorrebbero). Sull’esempio del Maestro, i discepoli ispirano al Vangelo il loro modo di vivere in famiglia e in società: è lì che si gioca la partita, tanto che perfino i pubblicani (esattori delle tasse e ladri) e i soldati (sfruttatori sprezzanti delle persone) possono trovarvi motivo per vivere bene la loro professione!

Sperare per tutti. Siamo all’inizio del Giubileo straordinario della misericordia: non si tratta di una generica ‘sanatoria’ dei peccati, di una sorta di amnistia che permetta a tutti di far quel che vogliono. È, piuttosto, una grande opportunità educativa per una vita rinnovata, personale e sociale, nella quale la misericordia di Dio deve diventare criterio fondamentale di ispirazione di prassi rinnovate. Con un senso di grande speranza nella conversione di tutti, compresi (ricorda il Papa nella Bolla di indizione del Giubileo) appartengono a gruppi criminali e che (più dei pubblicani e dei soldati di allora) passano con la violenza militare o finanziaria sopra la testa delle persone.